sabato 20 aprile 2019

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Beatrice Monroy: «Didone è il mito
mediterraneo visto da una donna»

Sugnu sicilianu

Divisa tra narrativa e teatro (insegna alla scuola del Biondo diretta da Emma Dante), la scrittrice palermitana ama una scrittura «legata all’agire, al corpo in scena». In chiave grottesca, al limite del comico, con l'ultimo libro "Dido operetta pop" narra l'attualità del Mare Nostrum partendo da un mito al femminile: «Il mito deve agire dentro di noi, allora serve molto»


di Domenico Trischitta

Beatrice Monroy è una delle intellettuali più vivaci del panorama siciliano. Discendente di un’antica famiglia blasonata della Palermo secentesca, è autrice di romanzi, testi per il teatro e drammi radiofonici per la Rai. Il suo libro precedente, “Oltre il vasto oceano” (Avagliano editore) è stato candidato al Premio Strega. Una storia che, attraverso le vicende degli avi, racconta il decadimento attuale della sua città. Ora è tornata in libreria con Dido operetta pop, sempre pubblicato per i tipi di Avagliano, «romanzo comico e fuori dagli schemi che lega l’attualità che attraversa il nostro mare Mediterraneo e i temi della contemporaneità”. Ma lo fa partendo da un mito femminile classico, quello di Didone.

Cosa è cambiato nella sua scrittura da “Oltre il vasto oceano” a “Dido”?
«Credo che “Oltre il vasto Oceano” sia stata una grande palestra per trovare una voce mia, un modo di narrare che fosse mio e non imposto da uno stile alla moda. Credo che il grottesco mi appartenga e che io lo abbia trovato in “Oltre il vasto Oceano”».

Beatrice Monroy

La sua Dido spiazza tutti. Da “Oltre il vasto oceano” a questo ultimo romanzo distopico, è un ambizioso progetto che mette alla prova la sua scrittura?
«Grazie del “spiazza tutti”. Sì, in effetti ha spiazzato pure me, nel senso che è venuta a galla una voce che non volevo riconoscermi, la voce comica e grottesca che spazia nel tempo e nel mito. E’ stato un passaggio molto importante per me come artista. Non posso però parlare di ambizioso progetto, il tutto è stato molto naturale, direi quasi un’esigenza».

Nel precedente romanzo partiva dai suoi avi per raccontare la Palermo contemporanea, in questo parte dal mito. Perché?
«Io sono una narratrice, ho sempre raccontato i grandi miti classici, l’ho fatto anche in posti molto prestigiosi come il Parco Archeologico di Agrigento e il sontuoso Museo Archeologico di Napoli. Il mito è in me. Ma Didone era in me da tanti anni, affrontarla è stato naturale, è stato ritrovare la donna mediterranea che è in lei, la nostra Madre. Tendo a non fare tante considerazioni teoriche quando scrivo. Scrivo e basta».

La sua Didone le assomiglia?
«Ah ah, la domanda trabocchetto. Boh, non sono interessata a risolvere la questione. Scrivo delle storie, non faccio psicologia».

Chi è il suo Enea? E’ l’uomo di oggi?
«E’ l’uomo del Mediterraneo. Bisogna tenere conto che i miti sono sempre stati raccontati da uomini, per una volta è una donna che li osserva e chiaramente il mio sguardo è da donna. Da questo sguardo, io vedo Enea, il noi maschile che così bene conosciamo».

Pensa che il passato possa darci le risposte che ci servono per capire il nostro presente?
«Dipende da che passato e da come lo usiamo. Bisogna usarlo con parsimonia, in punta di forchetta. Il mito in particolare deve agire dentro di noi, allora certo, serve molto. Almeno per me così è stato e così è».

Enea e Didone di Vincenzo De' Rossi, Museo del Bargello, Firenze

A quale progetto sta lavorando?
«Ci vorranno anni. Per adesso lo chiamo “Storie di noi”, oppure delle volte “Indagine sul Dio” o ancora “Delitto in salsa di spia”… un po’ di confusione che poi fa tanto bene. Per il teatro ho in corso il riadattamento di due miei racconti ma ancora è presto per esporsi».

Ritiene che l’inattività sia il periodo più fecondo per uno scrittore?
«Sì, come diceva Flaiano: “come spiego a mia moglie che se guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”».

Fa parte della sua cifra stilistica il realismo fantastico?
«Credo di sì, credo di avere trovato la mia voce, almeno quella in cui in questo momento della vita mi ritrovo. Una voce un po’ bambina, fatta di frottole (oltre il vasto Oceano) e di memorie e di fatti realmente esistiti e trasfigurati».

Come vede il panorama odierno della narrativa italiana?
«Un po’ triste. Soprattutto sommerso dai giochi di potere. C’è un sacco di bella roba in giro. Ottimi scrittori ma spesso sono sommersi dai peggiori che invece hanno il potere delle grandi case editrici che fanno davvero poco scouting, sono piuttosto interessate a riproporre sempre le stesse cose. Frugando con pazienza, però, si trova roba bellissima».

Pensa che ci sia ancora una sostanziale differenza tra scrittori uomini e scrittori donne?
«Sì certo. Il genere segna il modo di scrivere. Lo sguardo che parte da un corpo diverso non può che essere uno sguardo diverso».

Lei scrive narrativa e teatro. Si confondono spesso queste dinamiche nella sua scrittura?
«Sì credo di sì. Credo di avere una scrittura molto legata all’agire, al corpo in scena. Sono una che narra non un passo più avanti, e in parte tutto questo è dovuto che di base io mi considero una donna di teatro, della tavola, prestata alla letteratura solamente perché ho tante storie da raccontare».

Un'altra immagine della Monroy

La lingua del teatro siciliano è stata sempre il catanese. Negli anni, poi, si è imposto il palermitano, anche nel cinema. Come sta la drammaturgia siciliana oggigiorno?
«Direi che si è imposto nel teatro il messinese. E’, infatti, da Messina nella drammaturgia che viene il nuovo da Spiro e Scimone a Tino Caspanello. Mi sembra molto interessante quello che succede. Io insegno drammaturgia a Palermo, alla Scuola delle arti e dei mestieri dello spettacolo del Biondo diretta da Emma Dante e sia con lei , di cui mi piace moltissimo la commistione delle sue drammaturgie, e in genere, mi pare di vedere una gran voglia di narrare storie in modo nuovo».

Avverte differenze tra il modo di scrivere a Palermo e a Catania?
«Si direi di sì. A Palermo si sente un’aria carica di distruzione, di un degrado irredimibile. Da Catania mi pare sempre che arrivi più senso della vita, un senso di salvezza. Sarà la Montagna? Insomma Palermo è il nero, Catania è il rosso».

Come si può risolvere il problema dei talenti nascosti nel teatro in Sicilia?
«È un problema di scouting, e non solo nel teatro. Capita spesso che se uno ci sa fare va fatto fuori. Non solo non si aiutano i nuovi talenti ma si cerca di mandarli via. Come dire, sei bravo? Vattene che qui io debbo farmi i miei piccoli affari. Terribile, un disastro culturale immane».

Forse servirebbe meno politica e più meritocrazia.
«Sarebbe davvero bello».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 11 gennaio 2016
Aggiornato il 13 gennaio 2016 alle 19:28





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