venerdì 20 luglio 2018

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Armando Rotoletti: «Nelle piazze ho cercato l'anima dei luoghi»

Fotografia

E non c'è dubbio che l'abbia trovata il fotografo e scrittore messinese, milanese d'adozione, che nel suo ultimo volume "Sicilia in piazza" ha immortalato 82 luoghi storici e simbolici di tante "póleis" siciliane: «Lavorare in Sicilia ha per me una valenza intima che sto scoprendo sempre di più. Credo che il mio prossimo lavoro sarà ancora dedicato a questa terra»


di Salvo Fallica

Un viaggio nella bellezza e nella storia, un viaggio nella costruzione plurisecolare ed in taluni casi plurimillenaria dei luoghi centrali di città e paesi siciliani. Nel libro “Sicilia in piazza” il fotografo, artista e scrittore messinese Armando Rotoletti, racconta attraverso le foto di 82 piazze storiche e simboliche, la vita di tante “póleis” siciliane. Si potrebbe dire che l'autore di reportage pubblicati su prestigiosi media nazionali ed internazionali, vestiti i panni (e non è la prima volta) di storico ed antropologo, abbia voluto raccontare visivamente molti secoli di civiltà (al plurale) siciliane. Come si evince dalla prestigiosa presentazione-introduzione di uno studioso del calibro dello storico dell'arte Salvatore Settis, Rotoletti ha lavorato per cogliere l'essenza storica delle piazze, la loro “forma più pura”, non a caso le ha fotografate quasi tutte (ma non tutte) senza la confusione di auto ed attività che le caratterizzano quotidianamente.

Armando Rotoletti in piazza Bellini a Catania © Alfio Garozzo

Quanto tempo ha dedicato alla realizzazione di questa opera complessa? Quali gli ostacoli maggiori che ha incontrato?
«Dalla prima idea alla sua realizzazione è passato un anno. Sembra un tempo lungo, in realtà ho realizzato questo libro di corsa: correndo contro il tempo, contro il sole, in cerca della luce giusta, della prospettiva migliore. Alcuni scatti li ho fatti e poi rifatti mesi dopo, se per caso mi capitava di trovarmi su un balcone su cui non ero ancora salito, o se scoprivo che bagnata di pioggia la pietra lavica di una piazza rivelava meglio i ricami bianchi di cui era intarsiata. È il caso, ad esempio, di Piazza Armerina».

Nella copertina di Sicilia in piazza di Rotoletti la basilica di S. Maria Maggiore a Ispica

Il racconto delle piazze che emerge dalle sue foto ha una plurima valenza, estetica, cultural-storica, antropologica e sociale. Oltre a spingere i cittadini a riscoprire le proprie piazze vi è anche una volontà di stimolare le amministrazioni pubbliche a dare un'attenzione maggiore al patrimonio storico-monumentale? Vi è anche un messaggio inviato al governo regionale ed a quello nazionale per stimolarli a pensare a nuovi progetti di rilancio dei beni culturali?
«Ho pensato alla “Sicilia in piazza” per regalare alla mia gente uno sguardo sulla sua bellezza più pubblica. Man mano che il progetto cresceva, ho spostato l’attenzione dal fotografare quello che è, al descrivere quello che dovrebbe essere. Ora che il progetto è finito posso dire che il mio lavoro solleva tutta una serie di interrogativi e sollecitazioni che erano già presenti nella mia idea originaria, ma che sono germinati anche nella mente di chi ha la responsabilità dei comuni e delle regioni. Ora che il seme è stato buttato, molti tra amministratori, storici, filosofi lo hanno visto nascere con estrema attenzione e ne stanno parlando con accezioni sempre più ricche, come se avessi prodotto non un libro solo ma molti. Sto assistendo a un fenomeno che va oltre le mie aspettative; spero con tutto il cuore che dalle parole si passi ai fatti».

E’ partito dalla Sicilia, luogo simbolo di incrocio di culture e civiltà, dimensione di alta concentrazione di beni culturali ed ambientali, intende estendere questo suggestivo esperimento culturale ad altre regioni d' Italia?
«Non credo. Ma non escludo che la mia idea possa essere esportata in altre regioni, magari da altri fotografi. Lavorare in Sicilia ha per me una valenza intima che sto scoprendo sempre di più. Questa è la terra dove sono nato e dove ho sofferto di più, ma parlo la lingua della sua gente, capisco i loro ritmi, amo la loro ospitalità, i loro rituali. Credo che il mio prossimo lavoro sarà ancora dedicato a questa terra».

Piazza Duomo a Siracusa © Armando Rotoletti

Cos' è e cosa rappresenta per Armando Rotoletti la fotografia?
«Una lingua, un modo per comunicare ma soprattutto per conoscere. Un bisturi, uno strumento per dividere, sezionare, selezionare. Un ago, per cucire attimi tra di loro e trasformarli in racconti».

Piazza Duomo a Erice © Armando Rotoletti

Nelle sue foto, e mi riferisco alla sua ampia attività nel corso degli anni, è come se ogni volta si sforzasse di cogliere l'anima dei luoghi e delle persone fotografate. E’ come se andasse oltre il fenomeno oggettivo e fosse proteso a cogliere l'essenza delle cose come un filosofo della corrente fenomenologica husserliana. Si sente un po’ un filosofo delle immagini?
«Fotografo tutto quello che non so e che non capisco. Dopo è tutto diverso, una volta che l’ho trasformata in immagine qualunque cosa diventa alla mia portata, è decodificata secondo il mio dizionario personale. Per sconfiggere i miei fantasmi ho dovuto fotografarli, come il luogo orrendo dove ho passato l’infanzia. In questo senso la macchina fotografica rappresenta un’arma potentissima, capace di mettermi in relazione con le persone più autoritarie e potenti, così come con le più semplici e schive. Imbracciando la macchina fotografica ho conosciuto interi territori e i loro abitanti, sono stato alla loro tavola, ho condiviso i loro pensieri e mi sono avvicinato alle persone saltando tutti i passaggi che prevedono le convenzioni sociali. Se nelle mie foto si vede l’anima delle persone o dei luoghi, è perché è quella che vado cercando, molto più della rappresentazione estetica, e più del tratto modaiolo, di cui non mi importa niente».

Piazza Umberto I a Palazzo Adriano © Armando Rotoletti

A proposito di filosofia, vi è un altro suo bel libro nel quale ha fotografato molti filosofi italiani viventi. Può raccontare ai nostri lettori di questa sua esperienza originale?
«Nella mia gioventù non ho avuto né tempo né possibilità di studiare quello che avrei voluto, ma da adulto ho potuto disporre della macchina fotografica per soddisfare il mio bisogno di sapere. Credo che il libro sui filosofi sia stato un ottimo pretesto per entrare in questa materia dalla porta principale, conoscendo addirittura di persona i protagonisti della scena culturale contemporanea. Ho iniziato questo lavoro con una sacra riverenza verso i grandi della filosofia italiana, per scoprirli persone molto umane, con gli stessi difetti, le stesse manie, le stesse fragilità che ho io e che abbiamo tutti».

Al 2007 risale un libro del quale molto e positivamente si è parlato in Italia, “Barbieri di Sicilia”. Da cosa scaturì il progetto editoriale e qual è stata a suo giudizio la ragione del successo?
«I progetti nascono nel momento in cui un pensiero si fa strada tra gli altri e in qualche modo bussa alla tua coscienza. Nel 1990 sono entrato in una barberia di Corleone e ho capito che quel mondo lì era gravido di storie, di vita, di personaggi formidabili, ma che presto si sarebbe estinto. Ho dovuto percorrere la Sicilia alla ricerca delle botteghe che meglio raccontavano questo nucleo di incontro, di chiacchiera, di pettegolezzo, di infermeria, di musica insegnata e suonata dal vivo, di mascolinità senza eccezioni eppure schietta, quasi ecclesiale. Ho dovuto documentarlo meglio che potevo, in un’operazione di tipo antropologico prima che fosse troppo tardi. Le foto sono in bianco e nero per focalizzare sui particolari e per avvicinare il più possibile l’obiettivo all’anima dei soggetti, ma in qualche modo questa scelta chiarisce subito che si tratta di un momento storico passato. La barberia sta tornando di moda ovunque, ne ho viste di molto ricercate anche a Londra e a Parigi, ma non potranno mai essere la stessa cosa: sono cambiate le abitudini, ora i clienti aspettano il loro turno con il cellulare in mano, consultando un facebook virtuale. Le barberie facebook l’avevano inventato».

La fotografia è anche antropologia, fra varie attività che ha realizzato si è anche occupato di Biancavilla, un centro etneo già oggetto di interesse da parte di studiosi di storia. Molti lustri fa lo storico Giuseppe Giarrizzo vi dedicò un libro importante di microstoria. Come è nato il suo interesse per questa realtà?
«A Milano, la città dove vivo da decenni, i circoli di conversazione non esistono, mentre in Sicilia ce ne sono diversi in ogni comune. Molti stanno chiudendo perché i soci storici passano a miglior vita e i giovani non li frequentano, ma solo qualche anno fa dovevano essere luoghi affollati. Ci si giocava a carte, si combinavano affari e matrimoni, si brindava ai figli e ai nipoti che nascevano, si passava il tempo dopo una giornata di lavoro, si leggeva il giornale la domenica mattina, si dibattevano questioni sindacali. Come le barberie, i circoli sono distaccamenti della virilità siciliana dove l’universo femminile non è ammesso. Come non rimanere affascinati da questi habitat unici? Mi sono concentrato su Biancavilla perché ne ho contati sette lungo un’unica via».

Nel suo recente libro “Sicilia in piazza”, dal quale questo dialogo è partito, Lei non solo elogia la bellezza di Catania ma la descrive come “una città che ha imparato ad amare negli ultimi anni”. Come è scattata la passione e cosa la colpisce di più?
«Quando arrivi a Catania, non fai in tempo a scendere dall’aereo che lo sguardo ti cade sull’Etna, vicino, maestoso, sempre un po’ imbiancato. Fai finta di niente, in fondo sembra una montagna come un’altra, ma non è così, e di volta in volta capisci sempre di più la domanda che fece un bambino siciliano a suo padre: “Ma gli altri, in continente, ce l’hanno ‘a muntagna’? No? E come fanno?”. Fanno, fanno, ma forse è proprio l’Etna a fare la differenza. Catania è una città viva, che abita la strada, che si mostra, che ti stupisce perché ha solo due colori: il blu del mare e del cielo, e il nero della pietra lavica sui muri e sulle strade».

Qual è il suo rapporto con il Barocco del Sud-est della Sicilia e quale interpretazione ne dà?
«Amo molto il Ragusano ed il Siracusano, e li ho fotografati in due dei miei libri: Scicli Città Felice, e Noto, le Pietre i Volti. Gli edifici di queste città, ricostruite completamente in seguito al terribile terremoto che nel 1693 ha devastato tutta la Val di Noto, sono ricchi di maschere, di simboli pagani, di demoni, di animali fantastici. Il barocco siciliano è una sfida alla morte dopo aver perso tutto, persone e cose. È un’orgia maniacale di riedificazione, è il grido “Noi non abbiamo paura!”. Mi sembra una grande lezione».

Adesso è impegnato a presentare il nuovo libro in tanti luoghi siciliani, qual è l'accoglienza nei diversi centri?
«La prima presentazione di “La Sicilia in piazza” è stata l’11 dicembre a Palermo, insieme al sindaco Leoluca Orlando. Il giorno dopo ero a Catania, a Scenario Pubblico del coreografo Roberto Zappalà, e poi a Ispica e a Ragusa. Ovunque sono stato accolto dal meraviglioso calore dei vecchi e dei nuovi amici. Molti li ho conosciuti fotografando le piazze, mi hanno aiutato a muovermi, a liberare le piazze. Alle presentazioni lascio parlare la gente del posto, gli storici e i personaggi della cultura locale, e ogni volta viene toccato un argomento che riguarda il mio libro, che io non avevo ancora considerato. In fondo, in ogni città presento un libro diverso, e questo è l’aspetto più entusiasmante del mio lavoro».

Cosa vi è nel futuro prossimo di Rotoletti? A quali nuove iniziative sta lavorando?
«I prossimi mesi saranno dedicati alla promozione di “Sicilia in piazza”. Ma subito dopo mi rimetterò dietro l’obiettivo. Il progetto c’è. È tutto siciliano, ma è ancora presto per parlarne».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 22 dicembre 2017
Aggiornato il 02 gennaio 2018 alle 18:09





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