martedì 23 ottobre 2018

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Antonio Di Grado: «La lettura polemica della storia ha fatto grandi gli scrittori siciliani»

Storie

Viaggio nella storia della letteratura siciliana, cultura europea, con il professore catanese, prestigioso italianista, osservatore della realtà senza dogmatismi: «Dopo il trauma della scomparsa dell'Isola separata, travolta dall'omologazione, i nostri scrittori hanno ribaltato l’isolamento in osservatorio critico, demistificando gli slogan e gli alibi del Potere e della modernità»


di Salvo Fallica

Un dialogo sulla storia della letteratura siciliana che è un viaggio nella storia della cultura europea. Un itinerario interpretativo che ha come protagonista uno dei più importanti studiosi della storia letteraria italiana moderna e contemporanea Antonio Di Grado. Di Grado non è solo un prestigioso italianista, un autorevole critico letterario, è anche fine saggista e scrittore. Ed è un intellettuale nel senso sciasciano del termine, attento al mondo sociale e civile. Di Grado, che non a caso è stato per molti anni direttore della Fondazione Sciascia, guarda con spirito critico alla realtà e la indaga razionalmente, senza dogmatismi. La sua vita è profondamente legata all'università, è professore ordinario di Letteratura italiana nell'ateneo catanese.

Antonio Di Grado

Prima di entrare nei temi dell'intervista chiediamo al professor Di Grado, come premessa, quanto storicamente a partire dalle origini medievali della letteratura italiana abbia pesato la “scuola siciliana”.
«Fin troppo facile, fare di quella splendida vicenda l’alibi di un sicilianismo deteriore. È vero, siciliano fu il primo volgare letterario. Ma che dire, allora, del volgare umbro del Cantico di Francesco d’Assisi? La lingua, e la letteratura, non conoscono primati che restino cristallizzati nel tempo; si evolvono invece incessantemente, e ben lo sapeva Dante che per primo ci spiegò l’evoluzione e i progressi delle arti del suo tempo, e come quel primato possa rapidamente passare dall’uno all’altro Guido (Guinizelli e Cavalcanti), e da Cimabue a Giotto. Conclusa l’aurea parentesi federiciana, altri centri, altre realtà politiche, economiche e culturali, presero – com’è naturale – il sopravvento. La storia non si volta indietro. E tuttavia nessuno negherebbe l’importanza capitale della scuola poetica siciliana, e non solo per i suoi risultati, ma anche per l’elaborazione successiva che quei temi e quegli stilemi, che peraltro provenivano dai provenzali, ebbero in terra toscana».

Facendo un salto nella storia con la sua acuta capacità di sintesi può individuare altri momenti storici nei quali la Sicilia ha avuto un ruolo significativo sul piano letterario?
«Di poeti e scrittori notevoli, chierici e laici, la Sicilia ne contò certo tanti nei secoli; e tuttavia non basta citare Antonio Veneziano o Paolo Maura o il barocco Artale, né i pur grandi poeti civili del Settecento, Meli e Tempio, per asserire un ruolo nazionale e tantomeno europeo delle nostre lettere di quei secoli. È pur vero comunque che l’improvvisa esplosione del grande verismo siciliano non potrebbe concepirsi se non dall’innesto delle innovazioni letterarie d’oltralpe in quella storia e su quel terreno. Una storia, quella della cultura siciliana sette-ottocentesca, che saltando a piè pari il romanticismo, lega strettamente il fervore di studi scientifici e di aneliti civili della 'età dei lumi' al rigore della cultura positivistica e allo spietato realismo di Verga, De Roberto, Capuana».

Antonio Veneziano

Lei ha rivalutato in maniera autorevole la figura di un 'poeta giacobino' del Settecento quale Domenico Tempio e la sua opera La Carestia. Può spiegare ai nostri lettori la sua importanza ed originalità?
«Ignorato o frainteso, il grande Tempio. Ignorato dagli storici della letteratura, banalizzato dalla fruizione popolare che lo scambia per uno dei campioni fallocratici della sua produzione erotica. Certo quella vena erotica è determinante, ma è sempre funzionale alla vocazione civile del poeta, alla sua viscerale identificazione con gli umori, le rabbie e gli sberleffi della plebe. La Carestia è non solo una vetta della letteratura italiana settecentesca, ma è anche un unicum: è l’unica opera, in quella letteratura, a scegliere come tema la Rivoluzione, a descriverne le dinamiche e ad esibirne le oltranze, in un fantasmagorico carnevale di furori e sconcezze, di patetiche illusioni e dolorose rassegnazioni».

Domenico Tempio

Professore come spiega che un luogo del profondo Sud quale la Sicilia a partire dall'Ottocento sia divenuto una delle dimensioni di creazione ed innovazione letteraria e teatrale fra i più importanti d'Europa: da Verga a De Roberto, da Pirandello a Brancati, da Tomasi di Lampedusa a Sciascia?
«Con la fine della Sicilia: cioè dell’isola separata e diffidente, fieramente diversa, ignara di norme e istituzioni, che fu di Ieli il pastore e dei Malavoglia, delle ostriche aggrappate allo scoglio, delle case del nespolo come templi incontaminati dei valori e delle liturgie della civiltà contadina. Al trauma della scomparsa di quel mondo, travolto dalla speculazione capitalistica e costretto all’omologazione, e di quella orgogliosa diversità antropologica, a partire dal Verga delle “Rusticane i nostri scrittori reagiscono trasformando quella diversità in via di estinzione in diversità intellettuale e cioè in lettura polemica della storia, ribaltando quella marginalità in un privilegio, quell’isolamento in un osservatorio critico e in un laboratorio di moralità e di stile. E come in una ininterrotta staffetta si trasmettono l’un l’altro una serrata critica delle 'magnifiche sorti e progressive', una impietosa demistificazione degli slogan e degli alibi del Potere e della 'modernità', un ricco bagaglio di metafore, di giudizi, di accorate profezie».

Giovanni Verga viene individuato come uno spartiacque, come lo scrittore dal quale parte la grande tradizione letteraria siciliana che con lui diventa pienamente europea. Quanto è stato ed è importante per la Sicilia, per la storia letteraria italiana ed europea?
«L’immenso Verga, direi, rubando l’aggettivo a De Roberto che lo usava per definire Flaubert. Inutile, perché ovvio, ribadire l’importanza di quella scomposta irruzione dei 'vinti', e dei loro bisogni elementari, nel salotto buono d’una letteratura borghese e fatuamente mondana. E tuttavia proprio da quei salotti e da quelle alcove il 'galantuomo' conservatore e rentier Giovanni Verga, l’autore di Eros e di Eva, partì idealmente, con una dama del nord da sedurre, alla riscoperta di quel mondo contadino e della lotta ferina per la sopravvivenza; e quella 'fantasticheria' ancora mondana seppe trasformare in una rivoluzione, tematica ed espressiva».

Giovanni Verga

Quali altri scrittori siciliani di quel periodo storico andrebbero riletti con maggiore attenzione?
«Tra gli scrittori siciliani di fine Ottocento citerei anzitutto Serafino Amabile Guastella ed Emanuele Navarro della Miraglia, poi i palermitani Enrico Onufrio e Girolamo Ragusa Moleti, ma non trascurerei lo spessore intellettuale d’un poeta più datato come Mario Rapisardi; e forse sarebbe il caso di riscoprire un romanziere come Ferdinando Di Giorgi, il più caro amico di De Roberto».

Giungiamo a Federico De Roberto. Lei ha dimostrato con i suoi studi che siamo dinanzi ad una delle figure più importanti della storia culturale italiana. Può dirsi che I Vicerè sia uno dei più originali ed importanti romanzi della storia letteraria del nostro Paese? E quanto moderna è stata la sua figura di intellettuale eclettico impegnato nel giornalismo e nel sociale?
«Sciascia scrisse addirittura che I Vicerè è il romanzo più importante della letteratura italiana dopo I promessi sposi. E importante lo è, direi, almeno per due motivi: intanto come spietata 'autobiografia di una nazione', come amaro bilancio delle speranze risorgimentali tradite dal trasformismo delle classi dirigenti, che restano le stesse di sempre vanificando ogni possibile mutamento. Perciò come processo alla storia e alle sue menzogne 'progressive'. Poi come grande romanzo corale e sinfonico, in cui la brutale colluttazione tra le belve umane, in un universo tutto negativo senza spiragli di redenzione, è resa da un’inedita ferocia espressiva, potente veicolo della carica polemica di Federico De Roberto. Valga per tutte la terribile sequenza del parto mostruoso di Chiara, non a caso intercalata dall’elezione a deputato del nuovo regno d’uno dei 'vicerè' di sempre: quel nuovo regno, miraggio di libertà e partecipazione, nasce dunque come un deforme aborto; o tale è reso dal trasformismo d’una casta immarcescibile. Quanto a De Roberto intellettuale, e primo editorialista culturale sulle colonne dei nostri giornali, basti dire che fu un vorace e acutissimo lettore e recensore di tutte le novità letterarie, filosofiche, scientifiche europee di quel tempo di laboriosa transizione trai due secoli».

Federico De Roberto

Una opera fondamentale nello studio di De Roberto è il suo libro: La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo (Bonanno Editore). Chi era l'uomo De Roberto? E quanto la sua vita ha inciso sulla sua attività intellettuale?
«Un uomo infaticabile ma atrocemente marchiato dalla sua febbrile attività, dai conseguenti malanni psico-fisici, dai traumi del suo 'romanzo familiare' su cui ho indagato nel mio libro, infine dal senso di penoso fallimento degli ultimi anni. Perciò è importante allargare lo sguardo, oltre I Vicerè, a romanzi come L’illusione, Spasimo e L’imperio, e alla vasta produzione sul tema dell’amore, letto come l’universo del potere alla stregua d’un feroce conflitto e d’una mortificante sopraffazione. Ma su questo tema hanno scritto dopo di me libri originali e innovativi Rosario Castelli e Rosalba Galvagno».

Sembra di sfogliare la storia d'Europa, eppure stiamo sfogliando quella del micro-continente Sicilia, ed ecco giungere il genio di Pirandello. Può dirsi che oltre ad innovare il romanzo ha apportato con la sua visione filosofica del mondo una delle rivoluzioni più significative nel teatro internazionale contemporaneo?
«Pirandello mi atterrisce, e forse proprio per questo non ho mai scritto estesamente di lui. Mi atterrisce la sua spericolata altalena tra caos e ordine, fra l’irruenza inesprimibile della 'vita' (insomma la sua naturale anarchia) e lo sgomento che a fronte di quel gorgo oscuro lo obbliga alla 'forma' (e lo indurrà a un’adesione, eretica quanto si vuole ma certamente ingloriosa, al fascismo). Come Brancati, non amo i “pirandellismi”, cioè certe tortuosità causidiche tipiche dell’intellettualità meridionale; ma come non amare il Pirandello mitteleuropeo del metateatro, o quello dei “miti”, o romanzi straordinari come i Quaderni di Serafino Gubbio operatore?».

Luigi Pirandello

L'ironia critica di Brancati sembra superare le mode e le tendenze. Quanto ha inciso nella storia letteraria e culturale del Novecento?
«Vitaliano Brancati e Elio Vittorini sono i miei grandi amori. Coetanei e conterranei, offrono tuttavia due modelli opposti di impegno intellettuale e di scrittura letteraria: Brancati è l’intellettuale che, nella sua torre d’avorio come Montaigne, sta fuori dalla mischia delle idee correnti e critica con lucidissima ironia le ideologie e le chiese (cattolica, fascista, comunista) che hanno intorpidito o cruentato il Novecento; Vittorini con quelle idee si scommette generosamente, si getta nella mischia, osa e si ricrede, pur di offrire metafore coinvolgenti e mobilitanti alle nuove generazioni che inquietamente si avvicendarono nell’arco di quattro movimentati decenni. E se mitizzante e simbolico è il registro narrativo di Vittorini, la narrativa di Brancati oscilla invece tra malinconica elegia - altro che commedia! altro che “gallismo”! - e affilatissima analisi del costume; e la sua Catania come ariostesco castello d’Atlante è una meravigliosa metafora della condizione umana».

Vitaliano Brancati

Passaggio ineludibile di questo itinerario è Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che con il suo romanzo Il Gattopardo è entrato nella storia della letteratura, del cinema - con il celebre film di Luchino Visconti - e del costume sociale. Con il paradosso, che spesso a sproposito, la sua lettura di un mondo siciliano del passato viene utilizzata come uno stereotipo del presente. Come interpretare il capolavoro di Tomasi?
«Tomasi non amava De Roberto. Diceva che l’autore dei Vicerè guardava la nobiltà dal buco della serratura, come i servi. E aveva ragione: solo che quel che per il patrizio Tomasi era motivo di disdegno, è invece la forza di De Roberto, la radice della sua spietata e attualissima critica della “razza padrona”. Grande romanzo, per carità, Il Gattopardo; ma ci voleva Luchino Visconti, col suo film, a introdurre in quei sontuosi salotti il ruggito della storia, il risentimento dei “vinti”».

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Un altro caso letterario del Novecento è stato l'Horcynus Orca di un altro siciliano, il messinese Stefano D'Arrigo. Come lo definerebbe?
«Sontuoso e visionario, barocco e iperbolico, struggente e feroce, il gran libro delle “fere” e dei “pellisquadre”, delle “femminote” e dell’“orcaferone” si offre come un’epopea degradata e carnevalesca, e tuttavia miracolosamente polifonica e totalizzante, del nostro umile e funereo passato prossimo. E il ritorno dell’anti-eroe ’Ndrja Cambria nei luoghi natii dello Scill’e Cariddi attraverso gli inferni della guerra e della miseria si configura come un’iniziazione alla morte e insieme come un irripetibile viaggio nella scrittura, rigogliosa officina di miti e d’invenzioni linguistiche. Un capolavoro assoluto».

Stefano D'Arrigo

Leonardo Sciascia è stato uno dei più grandi scrittori ed intellettuali italiani ed europei del Novecento. La sua figura di intellettuale, le sue posizioni critiche continuano a far discutere ancora oggi. Quanto la lezione sciasciana è attuale?
«Dovrei parlare del mio maestro, che ebbi l’onore di frequentare e che mi nominò direttore della Fondazione che gli sarebbe stata intitolata. Non mi è facile, così brevemente. Un maestro, appunto: di moralità e di dubbio, di intelligenza critica e di stile, letterario e intellettuale. Con lui e con Pasolini, coi loro azzardi, con le loro demistificazioni, è scomparsa la figura stessa dell’intellettuale, che è l’uomo-contro, è l’educatore al dissenso e alla lettura critica della realtà. Ma Sciascia, anziché “intellettuale”, amava definirsi homme de lettres, perché solo nella letteratura, negli infiniti accostamenti e sconfinamenti che essa consente nella sua illimitata esplorazione del possibile, egli riteneva che si possano rinvenire le chiavi di lettura della realtà d’oggi come di ieri».

Leonardo Sciascia

In un suo libro molto bello Un cruciverba Italo-Franco-Belga. Sciascia-Bernanos-Simenon (edito da Bonanno), lei ne dà una interpretazione europea molto originale. Può sintetizzarla ai nostri lettori?
«E a proposito di accostamenti e sconfinamenti, mi è piaciuto proporre una imprevedibile triangolazione fra questi tre grandi scrittori e europei (Sciascia amava Bernanos e Simenon, e il francese e il belga certo non si ignoravano), tra inquietudini religiose, aspro realismo espressivo e sirene anarchiche».

In questo percorso per necessità di spazio saltiamo altri autori importanti, ma non v'è alcun dubbio che merita una riflessione sintetica Vincenzo Consolo...
«E Gesualdo Bufalino? Lo mettiamo da parte? Li ho conosciuti e frequentati entrambi. Diversi e quasi incompatibili: raffinatissimo letterato, distillatore di ingegnose metafore e di vertigini metafisiche, gentiluomo compito e schivo, Gesualdo Bufalino; e Vincenzo Consolo erede in versione barocca di Sciascia, del suo impegno civile tradotto in immagini ardite, e uomo capace di profonde dolcezze ma anche di aspri risentimenti».

Vincenzo Consolo

Nonostante il patrimonio culturale immenso della Sicilia - dalla letteratura ai beni culturali, dalle tradizioni alle bellezze naturalistiche, ambientali e paesaggistiche -, le classi dirigenti dell'Isola non riescono in maniera davvero adeguata a valorizzarla ed a comunicarla al mondo esterno. Come si fa vera cultura e come la si promuove?
«Non amministrandola. Lontano, dunque, dalla politica. Alla quale tocca solo di offrire spazi, risorse, opportunità, tutela e valorizzazione a quell’immane tesoro sommerso rappresentato dai nostri beni culturali e dalle vivacissime e innovative realtà che brulicano inascoltate nel fecondo sottosuolo della sperimentazione artistica».

Un'altra immagine di Antonio Di Grado


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 07 dicembre 2017
Aggiornato il 21 dicembre 2017 alle 16:47





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