mercoledì 24 aprile 2019

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Antonio Di Grado: «La letteratura è un'anarchica fucina di astratti furori»

Libri e fumetti

Lo studioso catanese di letteratura italiana ha pubblicato per Nerosubianco "L'idea che uccide. I romanzieri dell'anarchia tra fascino e sgomento", storia letteraria fra '800 e '900 vista attraverso il filo rosso del pensiero antiautoritario: «Dal Leopardi della "Ginestra" al De André del "Suonatore Jones", penso a un impasto di ribellione e sofferta compassione»


di Salvo Fallica

«Parlare oggi di anarchia non significa certo rifarsi ai regicidi dell’Ottocento, e non solo perché il potere non s’incarna più nel singolo despota ma è impersonale e transnazionale, ma perché le pratiche libertarie e nonviolente a cui piuttosto penso sono quelle dei collettivi e delle associazioni di volontariato che negli interstizi della macchina-Leviatano del tardo e sempre più iniquo capitalismo costruiscono mondi di convivenza armoniosa e mutuo soccorso, di economia equa e solidale, di educazione antiautoritaria. Quanto a me, quando parlo di anarchia penso a un impasto di ribellione e mitezza, a una critica senz’appello dell’esistente unita a una sofferta compassione, insomma a un mondo di sentimenti e di idee che non potrei certo identificare con questo o quel movimento politico, ma che trova asilo in quella fucina di “astratti furori” che è la letteratura».

Antonio Di Grado, selfie con bandiera

La storia della letteratura fra Otto e Novecento vista attraverso il filo rosso dell'anarchia. Il nuovo libro di Antonio Di Grado, L'idea che uccide I romanzieri dell'anarchia tra fascino e sgomento, edito da Nerosubianco è incentrato su un tema importante e riletto in chiave originale, che l'autore aveva affrontato in un precedente testo: Anarchia come romanzo e come fede. Il nostro dialogo con Di Grado - fra i più autorevoli studiosi viventi di storia della letteratura italiana – spazia fra narrativa, filosofia, mondo sociale e politica.

Professore, emerge un forte filo di continuità fra questi suoi due libri...
«Infatti nel primo risalivo alle radici, con una lettura piuttosto eterodossa del Cristo irresoluto e amletico, implacato e ribelle del Vangelo di Marco - tutt’altro che il “buon pastore”! -, per proseguire in direzione del cristianesimo anarchico di Tolstoj e di Simone Weil e di quanto di evangelico sussiste nell’utopia egualitaria e libertaria dell’anarchia. In questo nuovo libro parto invece da alcuni scrittori già affrontati nel primo per ampliare l’indagine a molti altri romanzieri, soprattutto europei, sgomentati e al tempo stesso affascinati dalla chimera anarchica. E non solo romanzieri, visto che il più remoto è il Leopardi della Ginestra, dello Zibaldone, delle Operette morali, e l’ultima parola la lascio a Fabrizio De André e al suo suonatore Jones».

Nel suo itinerario sui generis nella letteratura anarchica si coglie subito un elemento importante, lei collega i grandi scrittori siciliani, dunque europei, in una ottica internazionale e mai provinciale. Mostra collegamenti e parallelismi, divergenze e differenze. E' una scelta interpretativa voluta od una esigenza oggettiva?
«Si stenta a capire che la letteratura dei siciliani, oltre ad essere fortemente critica e a proporre una polemica anti-storia d’Italia, è anche decisamente utopica: “inventa” un’isola che non c’è, che non c’è più o che non c’è mai stata, non più come Arcadia o come casa del nespolo tempio d’una diversità antropologica ormai travolta, ma come sfida intellettuale e osservatorio critico, come laboratorio di esplorazione del possibile. Non ho mai creduto alla storia “senza se e senza ma”, ed è proprio la letteratura a insegnarmi la critica dell’esistente e la ricerca dell’impossibile. Perciò detesto i metodi critici di marca anglosassone, algidi teoremi e pigre parafrasi, e preferisco azzardare recondite analogie e cortocircuiti interpretativi, libere associazioni, traiettorie impensabili e congiunzioni astrali nel firmamento mobile e incorporeo dell’immaginario letterario, artistico, filosofico, scientifico».

In questo affascinante itinerario uno spazio notevole e molto importante è dedicato a Federico De Roberto. Lei non si sofferma solo sui Vicerè ma analizza altre opere sottovalutate dell'autore. Può spiegare ai lettori in primis il ruolo nella storia della letteratura internazionale di De Roberto ed in secundis il significato dei romanzi dello scrittore siciliano nell'ottica anarchica?
«Di De Roberto, ora che si è finalmente capita l’importanza d’un capolavoro assoluto come I Vicerè, non si è ancora intesa la pari importanza d’una produzione ritenuta “minore” come quella amorosa e apparentemente mondana, dove l’autore, uno degli interpreti più sensibili e più informati della “crisi” tra i due secoli, sottopone l’universo e le dinamiche dell’Eros e del rapporto tra i sessi alla stessa spietata demistificazione di cui, nei Vicerè e nell’Imperio, aveva fatto oggetto l’universo e le dinamiche del “Potere”. Quanto all’anarchia, non solo le dedicò saggi e articoli ma anche pagine illuminanti e terribili in romanzi come Spasimo e L’Imperio, esitando anche lui - come i tanti scrittori di cui tratto nel libro - fra timore e fascinazione, fra evocazione di una catastrofe giustiziera e nostalgia di un paradiso perduto».

Analizzando il romanzo Spasimo lei cita il cantautore Franco Battiato ed il celebre studioso Werner Karl Heisenberg, studioso della meccanica quantistica e teorico del fondamentale principio di Indeterminazione, che ha inciso profondamente sul dibattito scientifico e filosofico del Novecento. Dato che il sapere è sempre una connessione multidisciplinare può spiegare questi suggestivi accostamenti?
«C’è un po’ di tutto nel mio libro. Non credo negli steccati, vigilati da arcigne sentinelle accademiche. Né all’antitesi di discipline umanistiche e scienza, alla divaricazione operata nei secoli della “modernità” fra il canto del poeta e l’analisi dello scienziato. Trovo più “scienza” nelle metafore e nelle iperboli d’un poeta dell’età del Barocco, non dissimili dall’esplorazione del creato d’un coevo Galilei, che negli asettici compitini d’un odierno critico strutturalista o d’un semiologo, che si ostinano a inseguire il miraggio d’una scienza “esatta” che invece gli scienziati odierni, molto più avanti di tanti umanisti, hanno messo radicalmente in discussione. Quando il mondo delle cosiddette scienze umane, ancora intorpidito dal positivismo, capirà e applicherà le sorprendenti innovazioni della fisica quantistica, finalmente restituiremo alla letteratura e alle arti, ma anche allo studio della storia e della società, la loro vocazione alla libera ricognizione degli interminati spazi, delle infinite possibilità e interrelazioni che si diramano entro e oltre l’esistente e l’immediatamente percepibile, ne tramano l’ordito e lo travalicano in direzione di orizzonti impensati».

Di Grado e Fernando Gioviale durante la presentazione del libro a Catania

Fra anarchia e visione filosofica della letteratura, può delineare il dialogo ideale fra De Roberto e Dostoevskij? E quali i parallelismi fra De Roberto e Zola?
«Questa Idea che uccide non è un libro su De Roberto, che vi figura fra tanti autori - da Turgenev a Dostoevskij, da Zola a Bourget, da Camus a Simenon, da Conrad a Chesterton e così via, per non parlare degli italiani come Oriani e De Amicis, Valera e Cena, Bacchelli e Pea, la Manzini e Maggiani, e di altri poco conosciuti come Leda Rafanelli o sconosciuti come Antonio Agresti -, tutti attratti e/o sgomentati dallo spettro dell’anarchia. E De Roberto vi si accampa non solo perché anche lui tratta di quei fermenti eversivi, ma anche perché, da onnivoro esploratore delle letterature e del pensiero di quegli anni, seppe interpretare da critico e introiettare da artista la lezione dei grandi scrittori russi così come dei naturalisti o dei decadenti francesi, così come di certi fermenti politici e delle innovazioni epistemologiche».

In questa pluralità di autori che analizza nell'ottica anarchica, una riflessione specifica merita Vittorini...
«Vittorini si formò da ragazzo nella bottega siracusana dell’anarchico Alfonso Failla. E quello spirito libertario, quell’insofferenza e quella vocazione all’eresia le mantenne perfino nella sua irrequieta adesione prima al fascismo e poi al comunismo. E alla progettualità utopica si dedicò sempre, sia nei suoi scritti critici e teorici sia in romanzi come Le donne di Messina, in cui immaginò una sorta di comune contadina tra le macerie e le speranze degli anni bellici e postbellici».

Elio Vittorini

Sciascia e Pasolini sono “sfiorati” nel suo libro. In quanto simboli del pensiero critico, della libertà svincolata dalle ideologie, dello spirito disvelatore dei meccanismi del potere, hanno un quid di “anarchico”?
«Sciascia e Pasolini non sono certo da assoldare sotto il vessillo di questo o quel movimento anarchico, quanto piuttosto del pensiero critico, del dubbio e del dissenso, dello smascheramento delle imposture del Potere. E anche questo, per me, è anarchia, se a questa remota e imprescindibile aspirazione umana alla libertà e alla fraternità restituiamo il suo senso originario e quanto mai, oggi, necessario».



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 04 dicembre 2018
Aggiornato il 13 dicembre 2018 alle 21:58





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