sabato 21 aprile 2018

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Una siciliana a Roma

La strada per le stelle e il coming out al centro commerciale

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Chissà se i miei fidanzatini di questa domenica mattina hanno capito che per viaggiare non servono biglietti, e che un viaggio su ali di carta non ha listino prezzi, e comunque costa meno di un aereo e porta più lontano


di Lorena Leonardi

Domenica di dicembre. È una giornata fredda e tersa. Il percorso sul raccordo, le campagne su entrambi i lati e le colline dei castelli sullo sfondo nitido. Non mi fido della mia macchina, ma devo per forza percorrere l’anello con le sue tre corsie per direzione che mettono un’ansia non da poco. Arrivo in un grande centro commerciale urbano, nulla di sperduto alle estreme periferie della Capitale, niente di appena promosso dallo stato bucolico a quello metropolitano: piena città, a una passo dalla fabbrica dei sogni che un tempo era Cinecittà.
Cerco delle scarpe ma non le trovo e, delusa, entro nel grande supermercato. La fila è unica, poi un tabellone elettronico smista indicando il numero della cassa. Al fianco destro dei pazienti avventori si snoda un serpentone di libri: Clive Cussler, Andrea Camilleri, fiabe e roba da colorare.
Da dietro sento provenire delle voci.

Lui: “Amò, me sa che vojo lègge”
Lei: “Che voi fa’? …e perché?”
Lui: “Mah, noosò, me volevo comprà ‘n libro de nutrizzione”
Lei: “Ma quanto costa?”
Lui: “Che ne so”
Lei: “E perché te devi mette a lèegge?”
Lui: “Mica c’è ‘n motivo. Uno legge pe ‘nformasse, pe sta’ aggiornato”
Lei: “Spiegalo a mi’ padre”

Appena con la coda dell’occhio scorgo lui, bomber nero e faccia pulita, e poi lei, capello piastratissimo e leggings camo. Non più di 17 anni ciascuno. Continuano a parlare.
Lui: “Mò ioo dico ai miei. Ogni anno dicono che pe Natale nun me fanno gniente, ma poi sempre qualcosa me comprano. Me faccio compra’ ‘sto libro”
Lei: “Ma quanto costa?”
Lui: “Eh boh, 10, 20 euro. E poi ne devo compra’ pure n’altro, "Simposio" me pare se chiama, de uno…Platone. Sarà ‘na palla ma ce vojo provà”
Lei non sa cosa rispondere, e chiede di nuovo quanto costa.
Quella che all’inizio mi era sembrata una gustosa ruspante conversazione si stava trasformando in una tragedia interiore, dal mio punto di vista.

Un ragazzo che annuncia di voler leggere qualcosa col tono un po’ timoroso di chi sta per fare un vergognoso coming out. E poi tutto il resto: la tenera curiosità legata a un’abitudine evidentemente poco praticata, perché nessuno si sognerebbe di chiedere a me perché voglio morire mangiando montagne di torte al cioccolato; la quantificazione economica, in un mondo che cammina a rate - come lo smartphone che entrambi certamente avranno avuto in tasca – e dove continuamente misuriamo lo spazio che meritiamo facendo la tara con il nostro potere di acquisto; un padre che non approva (o quanto meno non incoraggia) l’approccio della figlia alla lettura.
Il tabellone lampeggia per me: cassa numero 3. Mi allontano, un po’ sollevata. Sistemata la busta, sto per andare quando mi accorgo che i due ragazzi stanno pagando una bottiglietta d’acqua. Saluto la cassiera, loro sollevano lo sguardo, non ce la faccio a trattenermi e gli dico: “Il Simposio puoi prenderlo in qualche biblioteca, forse lì trovi anche quello sulla nutrizione”.
E lui: “Grazie signora, ma Simposio tocca comprallo, me serve pe scola. Lo vole er prof".

Quel docente avrei voluto abbracciarlo: vero eroe di fronte a un’enorme missione camuffata da mestiere troppo sottovalutato, dalle sue parole e dalle sue scelte sarebbe in qualche modo dipesa la sorte di questo e di tanti altri ragazzi.
Era giovane abbastanza per ricordarsi che con le sue mani avrebbe potuto plasmare uomini migliori dei loro padri? E volenteroso a sufficienza per onorare questa promessa alla società? Chissà se guarda negli occhi questi ragazzi ogni mattina o fa l'appello chino sul registro. Chissà se loro hanno capito che possono ancora diventare qualsiasi cosa, chiunque desiderino. Che per viaggiare non servono biglietti ma basta una paginetta ben scritta. E che un viaggio su ali di carta non ha listino prezzi, e comunque costa meno di un aereo e porta più lontano. Chissà se sanno che ciascuno, conte di Montecristo a suo modo, può scavarsi un tunnel per fuggire da qualunque Castello d'If.

Se ancora tra gli adolescenti si usa ascoltare la radio, io spero che un giorno i miei fidanzatini di questa domenica mattina possano imbattersi in qualche terribile frequenza radiofonica italiana di quelle che piacciono a me, dove una canzone su due è di un cantante morto. Come si chiama quel ragazzo io non lo so. E non so nemmeno il nome della sua stella di periferia. Mi piace immaginare che dopo aver ascoltato il racconto in musica di due giovani come loro, Anna avrà abbastanza voce per informarsi sul costo della propria felicità, e abbastanza fiato per rivendicarla. Mi piace sperare che Marco al bar penserà alla luna guardando le palle del biliardo e alle stelle giocando al solito flipper.
E Marco e Anna impareranno insieme che la strada per le stelle non porta al parcheggio di un centro commerciale la domenica mattina.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 18 dicembre 2017




Lorena Leonardi

Sono nata nel posto più bello del mondo. Correva l’anno della mucca pazza e del primo virus informatico. Era l’anno di Chernobyl, e nonostante i duemila chilometri che separavano la Russia dalla Sicilia, mia madre non beveva latte né mangiava verdure. A dispetto di ciò, sono cresciuta e pure parecchio.
Ho vissuto a Riposto e poi a Giarre, accoccolata tra mar Jonio e la montagna, l’Etna. Tra il muretto di Torre Archirafi e le foglie di limone di casa in campagna. Mi è sempre piaciuto leggere, poi scrivere. Mi sono laureata in Lettere moderne a Catania.
Ho la fortuna di vivere facendo il mestiere forse più inutile che la mente umana potesse concepire, ma io lo trovo stupendo, come con certi fidanzati stranamente irresistibili. Quindi per comprare il pane (e le scatolette per il mio adorato Momò, un felino malaticcio raccattato per strada che mantengo negli agi) lavoro come giornalista. Faccio e mi faccio un sacco di domande. Parlo tanto, qualcuno dice troppo. Mi piacciono: l’autunno con i suoi viali alberati, le chiacchiere sul mio divano, le cassatelle di Agira.
Non vivo più nel posto più bello del mondo, ma per cercare di farmela piacere raccontano che sia eterna, questa città. Di bello, lo possiamo dire, c’è che Roma è piena di siciliani.
Questo su SicilyMag è il mio primo vero blog.
Mi trovate anche su Twitter: https://twitter.com/lorenaleonardi


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