Alfredo e Simona: «Siamo lo slow food italiano a Taiwan»

Sicilians Folgorati dalla semplicità della vita sull'isola del mar cinese, i catanesi Alfredo Musumeci e Simona Greco hanno mollato i rispettivi lavori per trasferirsi a Taichung dove hanno aperto un loro ristorante, il primo veramente italiano, annoverato da Trip Advisor tra i 40 migliori della città: «La nostra cucina parte dall’ingrediente base e diventa pietanza»

Quanto coraggio ci vuole, alla soglia dei quarant’anni, per fare armi e bagagli e trasferirsi in un’altra città? Probabilmente tanto, ma ce ne vuole ancora di più se la città in questione si trova dall’altra parte del pianeta, e ciò comporta, che oltre al coraggio, ci voglia anche buona volontà. E non solo per trovare casa e lavoro, ma anche per imparare una nuova lingua, usi e costumi, regole e leggi, per integrarsi in una società molto diversa da quella da cui provieni. Eppure c’è chi, mosso fa forti motivazioni come la voglia di una vita migliore, nonostante si definisca un “siciliano integralista” questo coraggio l’ha trovato, pianificando una partenza senza ritorno per l’isola di Taiwan, la Cina nazionalista che nulla vuole avere a che fare con il gigante della Repubblica popolare. Il protagonista di questa storia si chiama Alfredo Musumeci, un giovanotto con la faccia scura, che se non fosse per il suo accento ancora marcatamente catanese, potresti pensare essere egiziano. Invece è nato a Catania, e ai piedi del vulcano c’è cresciuto fino ai 36 anni. Poi la folgorazione durante un viaggio a Taipei, nel 2012, per andare a trovare il fratello che lì studiava cinese e agopuntura.

Alfredo Musumeci

«Ho subito notato le grandi differenze con l’Italia – racconta Alfredo – anzitutto la delinquenza, che lì non esiste. I taiwanesi sono cordiali e amano gli occidentali, infatti ci fermano continuamente per fare dei selfie. In una parola sono friendly, soprattutto con gli stranieri. Ma a dire il vero Taipei non mi è piaciuta molto, perché è una città troppo caotica dove non ci sono spazi per vedere il sole: i palazzi sono alti e le strade sono sopraelevate su più livelli, quindi il sole letteralmente non si vede. Come diremmo in catanese, l’ho trovata accupusa. Poi due anni fa sono ritornato in occasione della laurea di mio fratello, ma questa volta a Taichung, la terza città dell’Isola di Taiwan, 160 km a sud di Taipei». Ed è proprio a Taichung che poco più di un anno fa Alfredo ha deciso di trasferirsi, mollando il lavoro che portava avanti da dieci anni, e trascinando in questa avventura anche la sua compagna, Simona Greco (diventata intanto moglie, più per ragioni di opportunità che per convinzione), laureata in geologia e per anni impiegata in un call center.
«Io lavoravo per un’agenzia di spettacoli, un settore comunque in crisi in Sicilia: si lavorava, ma male. Se i soldi sono pochi bisogna ottimizzare, e quindi facevamo orari proibitivi. Ero molto stressato e mi sono reso conto che, pur piacendomi, quel lavoro non mi gratificava più. Così con Simona avevamo già maturato l’idea di andare via dall’Italia, e i motivi sono sempre gli stessi, uguali per tutti quelli che decidono di andare via: il lavoro. Ce n’è poco, e se lo trovi è precario, in più ti sfruttano all’inverosimile. Quindi mi sono giocato la carte dell’esperienza maturata in passato: a vent’anni avevo lavorato in diversi ristoranti e servizi catering, dividendomi tra la sala e la cucina. Anzitutto a me piace magiare, e già questa è una buona base di partenza, in più amo cucinare. E così siamo partiti».
E così, percorrendo la strada del cibo siciliano (un vero asso nella manica per tutti i conterranei sparsi per il mondo) Alfredo e Simona hanno iniziato a pianificare il loro trasferimento, utilizzando il periodo della “disoccupazione” per informarsi sulla legislatura vigente e per migliorare le basi di cucina siciliana, puntando sullo street food.

Simona e Alfredo sposi

«Sposarci è stato indispensabile: a Taiwan per avere un permesso di lavoro bisogna aprire una ditta individuale, ma non puoi assumere personale straniero, quindi Simona non avrebbe potuto lavorare con me, così invece mi ha potuto raggiungere grazie al ricongiungimento familiare. Inizialmente avremmo voluto aprire una tavola calda perché i taiwanesi non usano cenare e pranzare a casa come facciamo noi, ma mangiucchiano in tutto l’arco della giornata per strada. La loro disponibilità economica inoltre è piuttosto ridotta: un taiwanese guadagna uno stipendio minimo di 550/600 euro al mese e cerca quindi posti economici, come i night market o i locali di cucina tradizionale… per chi ha stomaco. Così quando mi sono licenziato per un anno ho fatto praticantato in un laboratorio per imparare a fare la tavola calda, finito questo periodo siamo partiti».

Un night market a Taichung

Ma arrivati a Taichung con un visto turistico, dopo 14 ore di aereo – scali esclusi – il progetto di Alfredo e Simona ha subito cambiato direzione, perché sul posto si sono resi conto che potevano mirare ad altro.
«Arrivati sul posto abbiamo capito che con il budget che avevamo a disposizione potevamo ambire ad aprire un ristorante. Rimodulato il nostro progetto ci siamo subito iscritti all’università per imparare il cinese (utile anche per il rinnovo del visto, che si è trasformato in permesso di studio) poi abbiamo cercato il locale (a Taiwan non esiste la destinazione d’uso, puoi fare ciò che vuoi dove vuoi) e avviato le pratiche per aprire la ditta “Gusta piano piano” – ma scritto in cinese, come ci obbliga la legge – nome che riprende il concetto di Slow food».
Ed è così che in una palazzina di tre piani (nell’ultimo dei quali vivono Alfredo e Simona) al centro di Taichung oggi si trova “Alfredo – Ristorante italiano”, il primo vero ristorante italiano della città, annoverato da Trip Advisor tra i 40 migliori locali (su 3.696) di Taichung.

Simona e Alfredo e una taiwanese durante un evento italiano in un pub

«A Taiwan si trovano molti ristoranti italiani ma che di italiano non hanno niente, neppure il cuoco che spesso è taiwanese. Per non parlare poi delle pietanze: tutto cibo precotto che si limitano a scaldare, anche la semplice pasta al pomodoro. Noi invece abbiamo deciso di portare la vera cucina italiana a Taiwan, quella che parte dall’ingrediente base e diventa pietanza. Ovviamente le materie prime non sempre si trovano (come i carciofi o la rucola), e non sempre hanno lo stesso sapore dei nostri. Ma non si può avere tutto, siamo sempre dall’altra parte del mondo. Per il resto arriva tutto d’importazione direttamente dall’Italia: dalla pasta al vino, anche se i taiwanesi non lo bevono, preferiscono acqua calda, anche se ci sono 40 gradi e si crepa di caldo».
Tra una pasta alla carbonara e un arrosto tostato di maiale, Alfredo tiene fede alla tradizione della cucina italiana strizzando l’occhio al palato semplice dei taiwanesi.
«Sul menù (scritto rigorosamente in italiano, con gli ingredienti in cinese e inglese) ho inserito solo piatti che conoscono, come le polpette, la cotoletta, la pasta col pesto, alla carbonara o con il pomodoro piuttosto che le penne al salmone. Il piatto con cui ci siamo fatti conoscere è “la siciliana”, la pizza fritta tipica etnea, proposta durante l’aperitivo all’italiana. Non nego che all’inizio è stato complicato, perché mangiare al buffet e socializzare è un modello culturale che non appartiene ai taiwanesi: per quanto cordiali e disponibili, sono anche molto riservati. Comunque il loro piatto preferito è certamente spaghetti aglio olio e peperoncino, è quello che va per la maggiore perché amano mangiare aglio e mangiare piccante, anche troppo».

Alfredo e Simona e clienti taiwanesi nel loro ristorante

Dopo il boom della prima ora, dovuto all’effetto novità «il nostro è il primo ristorante italiano di un italiano» oggi la clientela del Ristorante Alfredo è per lo più straniera.
«Secondo me i taiwanesi hanno una cultura culinaria che difficilmente si sposa coi palati occidentali, anche se si dice che sia il luogo dove si mangia meglio al mondo, ma forse solo perché qui trovi dai ristoranti di cucina mongola a quelli italiani fino ai sudamericani, giapponesi e coreani. Nel nostro ristorante vengono un sacco di americani, canadesi, sudafricani e francesi, gente che lavora a Taichung, o viaggia per lavoro. A Taiwan infatti non ci si va in vacanza, ma per lavoro: ci sono un sacco di industrie, basti pensare il 90 % della componistica utile alla fabbricazione delle biciclette di tutto il mondo viene prodotta a Taiwan, stessa cosa nell’ambito dell’elettronica e della microelettronica. E siccome le fabbriche sono coordinate dagli occidentali, anche italiani, alla fine vengono a mangiare da noi, molte volte indirizzati anche dagli albergatori nonostante non siamo mai stati nelle strutture ricettive a promuoverci. I migliori clienti sono i giapponesi, sempre composti e moderati, riverenti nei confronti della cucina italiana. Mangiano e pagano senza mai lamentarsi. Mentre gli americani alzano spesso il gomito e poi fanno caciara, oltre che avanzare delle richieste per noi assurde (tipo il ketchup nella pasta o le polpette sulla pizza siciliana). Degli americani detesto che mi chiedono spesso le Fettuccine all’Alfredo, ed ogni volta è pazzesco dovergli spiegare che questa pietanza in Italia non esiste e che se la sono inventata a New York».

La pizza siciliana a Taiwan

Ristorante a parte, Alfredo e Simona a Taichung ci vivono, e quindi ci chiediamo se, a distanza di un anno, facendo un bilancio tra i pro e i contro, la scelta sia stata quella giusta
«A Taiwan si vive molto meglio che in Italia, qui tutto è tutto semplice, a partire dalla burocrazia. Ad esempio, per avere tutti i documenti in regola per aprire il locale mi sono bastati tre mesi. Anche pagare le tasse è semplice. I taiwanesi non emettono lo scontrino ma pagano un forfettario in base all’attività, mentre per gli stranieri come me è necessario produrre, altrimenti ci rispediscono indietro. Dobbiamo dimostrare un incasso lordo annuo equivalente a 90.000 euro, cifra che per il costo della vita a Taiwan non è affatto basso. Poi veniamo tassati così: ogni due mesi il 5% dell’incasso lordo e a fine anno il 17% del netto. Facendo i calcoli, in un anno pago l’equivalente di 5000 euro. Non esiste il contratto di assunzione per i dipendenti: basta la parola, ed è sufficiente. Allo stesso modo funzionano i licenziamenti. Il lavoratore non è tutelato, ha solo l’obbligo di avere l’assicurazione sanitaria e, ai fini pensionistici, sei tu che decidi liberamente di accendere o meno un’assicurazione di previdenza sociale. Lo so che sembra incredibile, eppure a Taiwan non ci sono barboni per strada o povertà come la intendiamo noi. Non esiste disoccupazione né delinquenza. L’orario commerciale non è regolamentato, puoi lavorare anche h 24 e non esistono neanche regole sanitarie. Ognuno fa ciò che vuole»

Il mercato di Taichung

Certo quella delle regole sanitarie, volendo sorvolare sul resto, non è proprio una bella cosa, considerando che Taiwan ha un clima tropicale: caldo umido dalle temperature altissime.
«L’estate comincia a maggio e finisce a ottobre, e il caldo è veramente caldo, oltre che umido. Io non mi sono ancora ambientato, sudo ancora moltissimo, e mi fa ancora impazzire che loro non solo non sudano, ma stanno molto coperti, soprattutto le donne, perché il biancore della pelle è ancora considerato un canone di bellezza. Se da una parte il clima favorisce un’abbondanza di frutta tutto l’anno, come l’anguria, dall’altra incentiva il prosperare di scarafaggi, formiche, topi e ragni. E’ un paese tropicale a tutti gli effetti, la giungla è alle porte della città, e ci incontri pure le scimmie. Certo, l’igiene non è il loro forte. La prima volta che abbiamo pulito la cucina del nostro ristorante, che prima era quella di un ristorante messicano, ci abbiamo impiegato un mese, e pulivamo nove ore al giorno. Abbiamo utilizzando 16 litri di sgrassatore…. Credo che i vecchi gestori, in sei anni, non abbiano mai passato neanche una scopa sul pavimento».

Il mercato di Taichung

E poi c’è pure lo smog…
«Questo è un problema. Lì girano tutti, vita natural durante, con la mascherina. Noi no, anche perché ancora non abbiamo mezzi di trasporto nostri e utilizziamo i mezzi pubblici (che funzionano e sono gratis fino a un percorso di 8 km) o le bike- sharing (gratuite per i primi 30 minuti) oppure i taxi, estremamente economici. A Taiwan con una Easy-card (che si acquista con l’equivalente di 2.50 euro) risolvi molti problemi: è una carta ricaricabile che funziona come una prepagata, la puoi utilizzare per pagare mille cose, dal bus alle bollette, strisciando il chip sugli appositi sensori».

Simona e il bike sharing

A questo punto manca solo la voce “rapporti sociali”
«Abbiamo amici di tutto il mondo, ma è facile se hai un ristorante. Piuttosto è difficile che ti invitino a casa, a meno che secondo loro non ne valga la pena. I taiwanesi hanno un concetto di “casa” molto diverso dal nostro, le loro sono delle case-magazzino utilizzate come dormitori. Sono generalmente poco funzionali e mal arredate. Per esempio, a differenza nostra, preferiscono vivere in condominio piuttosto che in una casa indipendente, anche se i loro condomini non hanno nulla a che vedere con i nostri: sono una sorta di residence con tanto di reception e portiere in livrea, con piscina e altri spazi in condivisione. Negli appartamenti in condominio c’è il parquet e la cucina che, nelle case normali, non esiste. E anche il bagno generalmente è una grande doccia, senza finestra, e ovviamente senza bidet. Quindi, tranne in rarissimi casi, si va a mangiare fuori. Per me che sono un integralista della cucina italiana questo è un po’ un problema… in questi casi scelgo, rigorosamente, ristoranti giapponesi».

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