“I Persiani” di Eschilo, a Siracusa Àlex Ollé rilegge l’illusione del potere perpetuo
La visione di un regista pluripremiato, tra i fondatori della compagnia catalana Fura del Baus, per un testo di grandissima attualità. Debutterà il 13 giugno al Teatro Greco di Siracusa, I Persiani di Eschilo con la regia di Àlex Ollé, appena premiato con gli Oscar della lirica spagnoli, e la traduzione di Walter Lapini. Lo spettacolo vedrà il debutto a Siracusa di Alessio Boni e i ritorni di Giuseppe Sartori, Anna Bonaiuto e Massimo Nicolini. I Persiani di Eschilo sarà la terza produzione a debuttare nella 61. Stagione di rappresentazioni classiche dell’Inda. Una stagione che sta già facendo registrare numeri da record: tra biglietti e venduti e prenotati, alla data del 15 maggio sono oltre 171 mila le presenze al Teatro Greco, con 32.506 presenze in più rispetto alla stessa data dello scorso anno.
Lo spettacolo diretto da Ollé resterà in scena fino al 28 giugno per poi essere allestito al Teatro Grande di Pompei, dal 10 al 12 luglio. In scena Anna Bonaiuto è Atossa, Giuseppe Sartori il messaggero, Alessio Boni l’Ombra di Dario, Massimo Nicolini Serse, Marco Maria Casazza il capo del coro formato da Francesco Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Antonello Cossia, Stefano Quatrosi, Michele Cipriani, Rosario Tedesco, Elena Polic Greco, Simonetta Cartia. Le scene sono di Alfons Flores, i costumi di Lluc Castells, le musiche di Josep Sanou, la collaborazione alla regia di Ramon Simo Vines, il disegno luci di Marco Filibeck, la direzione del coro di Elena Polic Greco e Simonetta Cartia.
La sinossi. A Susa, capitale dell’Impero persiano, i vecchi dignitari rimasti a guidare il regno sono abitati dall’angoscia: il gran re, Serse, è partito ormai da tempo a capo di un’enorme spedizione contro Atene e non ha ancora fatto ritorno. L’ansia per l’esito della guerra cresce quando Atossa, la madre del re, riferisce di un sogno profetico, che le ha mostrato il figlio caduto nella polvere per mano di una puledra di origine greca. Presto l’angoscia si tramuta in realtà: uno dei pochi superstiti arriva a Susa e riferisce della rotta dell’esercito persiano al largo di Salamina – la flotta di Serse, troppo numerosa, si è fatta accerchiare dalle navi di Atene, e l’esercito persiano è stato massacrato. In preda al terrore, Atossa e il Coro richiamano dall’Ade l’anima del padre defunto di Serse, Dario. Infine, a Susa arriva lo stesso Serse: umiliato, le vesti stracciate, il gran re intona il lamento funebre per i giovani persiani caduti.
Àlex Ollé: «Mettere in scena oggi “I Persiani” significa restituire vitalità a un classico che continua a parlare al presente, affrontando temi come tensioni politiche, conflitti armati e ferite collettive. La rilettura contemporanea non tradisce Eschilo, ma ne amplifica la risonanza, rendendo il linguaggio e le immagini accessibili al pubblico odierno, in modo che gli interrogativi posti da Eschilo quasi 2500 anni fa continuino a interpellare la nostra coscienza. La tragedia viene interpretata come riflessione sull’illusione del potere perpetuo, incarnata da Atossa e Serse, desiderosi di prolungare l’egemonia imperiale di Dario. Questa tensione rivela come la volontà di rimanere sul trono, di proiettarsi oltre i limiti del proprio tempo, contenga il germe della rovina. Il coro non è più unitario, ma diviso in posizioni contrastanti: sostenitori del regime e voci critiche. Il coro diventa dunque simile a un’assemblea contemporanea. Questa prospettiva gli permette di funzionare come spazio di confronto tra punti di vista, condizionato tuttavia dalla necessità di preservare la stabilità di un sistema che ammette il dibattito ma mai la messa in discussione della sua continuità. Le sue voci rivelano prudenza e calcolo strategico, ma anche una tacita lealtà nei confronti dell’autorità. Non siamo poi così lontani dalla realtà politica contemporanea, che forse assomiglia più alla Persia di Atossa e Serse che all’Atene di Pericle. Viene inoltre valorizzata la funzione originaria dell’opera come strumento educativo per il pubblico greco. Per attualizzare questo aspetto, la regia introduce personaggi estranei al testo che emergono dal pubblico, portando testimonianze ispirate a esperienze reali di guerra. Queste voci anonime danno spazio al dolore individuale e alle conseguenze invisibili dei conflitti, collegando la tragedia antica alle urgenze contemporanee».
Le prove de “I persiani”
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Le repliche
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