mercoledì 24 luglio 2019

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«Accoglieteli a casa vostra!». Lucia e Salvatore lo hanno fatto

Volontariato e Onlus

A Siracusa c'è una famiglia di quattro persone che sa cosa significa aprire le braccia ed accogliere. Si tratta dei coniugi Lucia e Salvatore Messina e dei loro figli (neanche adolescenti) che da sei anni hanno aperto la loro casa - che non è una "casa famiglia" non nel senso classico del termine - ai bisognosi, agli ultimi, a tutti coloro che necessitano di aiuto


di Emilia Rossitto

Tante, troppe volte abbiamo letto o sentito la frase "accoglieteli a casa vostra", pronunciata o scritta come fosse una provocazione, ma per chi sa cosa significa "aprire le braccia ed accogliere", invece, quest’affermazione si traduce in una bellissima realtà della quale andare orgogliosi ogni giorno.

Dopo un lungo percorso interiore, faccia a faccia con le proprie credenze ed i propri dubbi di semplici esseri umani, i coniugi Salvatore Messina e Lucia Bianca, hanno deciso di aprire la «porta cassaforte» di casa propria nel quartiere Santa Lucia a Siracusa. Non hanno alcuna importanza elementi quali l’età, il sesso o il colore della pelle: Salvatore e Lucia accolgono i bisognosi, gli ultimi, coloro che necessitano di aiuto a casa loro sono ben accetti senza alcun pregiudizio.

I coniugi Lucia Bianca e Salvatore Messina

«Decidiamo di aprire la porta cassaforte di casa per cercare di non rimanere chiusi in noi stessi – raccontano i due siracusani - da quel momento in poi non appena siamo venuti a conoscenza di un’esigenza speciale o abbiamo saputo che c’era un bambino che aveva bisogno, abbiamo aperto le braccia e lo abbiamo accolto». Sono state nove le persone che negli ultimi sei anni i due coniugi hanno aiutato all’interno della propria casa fatta principalmente di amore. Ogni giorno, come fosse il primo, sono pronti a scommettere di nuovo sul volto più umano della società.

«Abbiamo iniziato da sei anni e mezzo – spiegano – durante i quali abbiamo accolto nove persone. Una delle accoglienze che ha avuto un lieto fine riguardava una maternità difficile di una ragazza di 22 anni che voleva dare in adozione il proprio bambino perché non era arrivata ad abortire. Abbiamo condiviso con lei le ultime settimane di gravidanza. Non si sentiva in grado di gestire da sola la maternità. Dopo il parto lasciò il bimbo in ospedale ma non appena si è resa conto di cose stesse succedendo, ad un giorno dalla dimissione ospedaliera ha chiamato per chiedere del figlio e per riaverlo con sé. Siamo stati molto felici di questa maternità che è nata».

I coniugi Messina

Ecco che un semplice appartamento può diventare una "casa famiglia", ma non nel senso classico del termine. La casa diventa rifugio dalle difficoltà e «ci sono mamma e papà pronti a sostenerti – sottolineano - ad ascoltarti. Quattro fratelli sono stati accompagnati dai nonni ai servizi sociali perché non riuscivano ad occuparsi di loro – proseguono -. Uno dei quattro, di tre anni, è stato affidato alle nostre cure e solo in quel caso siamo venuti a conoscenza che era affetto da scabbia. Abbiamo trascorso un mese e mezzo alle prese con creme e medicinali che si sono rivelati efficaci. È un bimbo bello e felice e di belle storie ne possiamo raccontare tante».

Con i loro racconti e gli sguardi sereni e pieni di speranza, nella loro casa, non cassaforte ma fortezza di solidarietà e tolleranza, con i pavimenti sono di colore chiaro e i mobili in legno in pieno stile siciliano, non solo mettono a nudo tutta l’umanità della quale sono capaci, ma sono pronti anche a mostrare un volto della cristianità spesso sconosciuto. Quando provano a spiegare il proprio rapporto con la fede, ad esempio, vanno dritti al punto parlando di un vero e proprio esercizio quotidiano di bellezza e fratellanza, e rivelando, allo stesso tempo, l’esigenza di vivere il proprio credo "dal basso" partendo da azioni concrete.

La loro avventura inizia diversi anni fa quando i loro due bambini erano ancora molto piccoli. Si trattava di una famiglia di 4 persone che oggi, invece, ne ospita altre 6 senza, però, aver mai avuto a riguardo alcun ripensamento ma, anzi, sperimentando una dimensione più consapevole dell’essere genitori. «Un desiderio, quello di voler accogliere - proseguono i coniugi -, che abbiamo coltivato in parallelo con la nostra fede. Dopo un viaggio ma soprattutto un percorso interiore che per noi è iniziato nel 2009 e si è concluso nel 2012. Prendendo la nostra vita una nuova piega dal quel momento in poi, ci siamo chiesti se fosse possibile vivere in un altro modo, se fosse possibile vivere non solo per noi stessi».

I coniugi Lucia Bianca e Salvatore Messina

La risposta l’hanno trovata anche nel rapporto con la comunità della quale oggi fanno parte, la Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi negli anni Sessanta, e che ancora oggi continua ad essere di ispirazione per tutti coloro che ogni giorno scelgono di vivere aiutando gli altri. L’associazione, che non si muove sotto le luci della ribalta, offre numerosi progetti di assistenza promuovendo principi come pace, giustizia, lavoro solidale e tutela dei minori e dei disabili. Una storia ed un’operosità che sono state raccontate anche nella pellicola Solo cose belle realizzata dalla comunità e proiettata lo scorso mese di maggio nei locali del cineteatro Vasquez di via Filisto.

«La giornata tipo in una casa che ospita 10 persone – dicono Salvatore e Lucia -, non segue schemi né modelli ma si reiventa ogni giorno adattandosi alle esigenze di tutti; dai più piccoli ai più grandi. Proviamo a fare in modo di accompagnarli in questo viaggio che si chiama vita senza soffocarli e fino a quando loro ne hanno bisogno. Dopo la sveglia noi grandi facciamo una colazione veloce, rivogliamo un momento alla preghiera e dopo si parte per la scuola accompagnando i cinque bambini che studiano, dai 7 ai 20 anni».
Spesso Lucia e Salvatore si sono trovati a fronteggiare i commenti espressi da chi li conosceva ed era alla ricerca di una risposta sul "perché" della loro scelta. Una motivazione che sanno portare alla luce con molta semplicità.

Don Oreste Benzi, fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII

«A volte ci chiedono il perché dell’accoglienza – dicono – o esordiscono dicendo “ma chi te lo fa fare”. Il perno della nostra vocazione è dare una famiglia a chi non ce l’ha. Siamo stati riconosciuti casa famiglia dalla comunità, ma non siamo una struttura che riceve finanziamenti regionali come nel caso dei centri di accoglienza». I due figli di Salvatore e Lucia, di 10 e 12 anni, li hanno accompagnati in ogni tappa della loro rivoluzione durante la quale sempre di più, giorno dopo giorno, capivano che vivere come fratelli si può. Oggi i ragazzi che si trovano ad attraversare i primi anni dell’adolescenza sottopongono spesso ai genitori tutti quei dubbi che la coppia cerca di non lasciare mai inascoltati.

«Si sono trovati ad accogliere con noi – afferma la coppia – cerchiamo di coinvolgerli sempre il più possibile per fare in modo che non si sentano mai esclusi. Nel nostro mondo, che va troppo di fretta, e nel quale si pensa che le famiglie felici siano quelle che stanno benissimo economicamente, e in cui tralasciamo spesso molte cose belle alla ricerca di una perfezione che ci costruiamo e che non serve a niente, i ragazzi di oggi hanno tanto, forse troppo. Fronteggiamo spesso i loro “perché” dovuti anche al fatto che i loro coetanei, pur avendo fratelli o sorelle, sono abituati a non dover condividere niente. Per noi è diventato un discorso educativo, nel senso che educhiamo i nostri figli alla condivisione anche se non sempre si rivela facile: si tratta di remare al contrario. Stiamo abituando i nostri figli ad una società inumana alla quale bisogna rispondere con grande umanità».

Lucia sorridendo continua a spiegare che spesso i componenti delle case famiglia possono essere anche ex detenuti o ex prostitute, «non sono persone con tutte stelle nella vita, come diceva la Bertè, ma che con tanto amore riescono ad avere un riscatto nella loro vita». Ma trovare a casa propria nuovi ospiti per i due ragazzi non è un problema, ne sono orgogliosi. «Ciò che di più mi fa sorridere – specifica Lucia – nonostante spesso litighino o si arrivino quasi ad odiare, quando si trovano fuori utilizzano termini come “mia sorella”, si dichiarano “fratello e sorella” pur non essendoci un legame di sangue e si proteggono a vicenda».

La casa famiglia di Salvatore e Lucia non ha un’impostazione rigida; può capitare di accogliere qualcuno per brevi periodi o, chissà, anche per sempre, e i pareri spesso frettolosi della società non li spaventano. «A noi viene semplice accogliere anche i migranti, in quanto anche essi sono figli di Dio e nostri fratelli – concludono - una risposta che forse non viene in mente a chi se lo domanda. Oggi si ha sempre paura che qualcuno voglia toglierci qualcosa senza sapere che invece questo qualcuno ha tanto da donarci. Un sistema che crea indifferenza, odio, freddezza e genera sofferenza dolore e solitudine».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 28 giugno 2019
Aggiornato il 08 luglio 2019 alle 16:43





Emilia Rossitto

Aspirante filosofa, si interroga da sempre sul senso della vita. Nonostante gli studi alla facoltà di Filosofia, non trovando una risposta, ha scelto di dedicarsi alla sua grande passione per la scrittura e il giornalismo. Milanese solo sulla carta d'identità è siracusana "ca scoccia". Collabora con il "Giornale di Sicilia" dal 2015, vorrebbe portare alla luce le storie di cultura e sociali che aspettano ancora di essere raccontate.. o almeno ci prova!


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