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A scuola di social

Blog Dopo l'inquietante gesto dei due adolescenti netini che per emulazione di quanto visto sui social hanno imbrattato con simboli nazisti la sede degli scout, diventa sempre più necessaria l'azione della scuola come sede naturale per apprendere ciò che è lecito fare, e ciò che non lo è, sul web innanzitutto, e nella vita sociale subito dopo

La formazione professionale continua mi portò qualche anno fa a Siracusa dove i giornalisti furono accolti in una nota scuola della città. Non dimenticherò mai il tono accorato della dirigente scolastica che nel breve saluto ai cronisti non mancò di sottolineare il disappunto della pubblica educatrice nei confronti dell’uso smisurato dei social dai parte dei ragazzi, anche durante la permanenza a scuola. In un breve pensiero esternato ai professionisti dell’informazione, la dirigente ha certificato il ritardo della scuola nei confronti della consapevolezza di un aspetto innanzitutto sociale, prima ancora che social, che riguarda tutti noi, a cominciare da età sempre più in erba. E’ ormai costume diffuso, infatti, da parte di tanti giovani genitori, quello di concedere l’utilizzo libero degli smartphone o tablet, ovviamente connessi alla rete, ai loro figli, seppur bambini privi di ogni strumento conoscitivo che permetta di discernere fra ciò che è lecito fare on line (e un attimo dopo nella vita quotidiana), e ciò che non lo è.

E io sono convinto, invece, che sia proprio la scuola che debba insegnare ai suoi alunni e studenti l’utilizzo del variegato mondo di internet, soprattutto legato ai social, Facebook e Instagram in testa. La dimostrazione è quanto avvenuto nelle scorse settimane non molto lontano da quella scuola aretusea, esattamente a Noto, dove due adolescenti sono stati denunciati per aver imbrattato la sede degli scout con svastiche naziste e ingiuri contro gli ebrei (ebrei di merda).

La sede scout di Noto imbrattata

La cosa tragica è che questi ragazzi hanno 15 e 16 anni. La cosa ancora più grave è che pare i due adolescenti, che sono stati denunciati dalla polizia per discriminazione razziale, abbiano compiuto un’azione emulativa rispetto a quanto visto sui social in precedenza. Bullismo sotto altre forme, né più né meno. Una volta torturi con la tua idiozia chi è diverso da te, un’altra massacri col personale e violento vuoto cosmico chi una funzione etica e sociale invece ce l’ha, vedi gli scout. L’aspetto tragicomico è che questi due bulli di paese abbiano accostato alla “comunicazione” nazifascista una A cerchiata anarchica. Non solo, quindi, questi due imbecilli hanno creato inutile allarme sociale – per giunta nella sede degli scout, ovvero i ragazzi più puliti eticamente e moralmente nell’ambito sociale non solo netino – ma dimostrano di essere volgarmente ignoranti accostando due simboli politici agli antipodi, il primo di stampo dittatoriale, il secondo di matrice libertaria.

Il vescovo di Noto Antonio Staglianò in merito alla vicenda aveva dichiarato, prima che i responsabili venissero individuati, che non vedeva in quel gesto l’evocazione di una ideologia xenofoba e razzista quali furono il nazismo e il fascismo: «Tendo a collocare, invece, questi gesti nello spazio delle stupidaggini che per emulazione i ragazzi di oggi possono fare, afflitti come sono da una noia esistenziale perenne, che li porta a cercare distrazioni e imprese di esibizione, allo scopo di sentirsi qualcuno, forse anche alla ricerca del sentimento di esistere».

Che il razzismo non alberghi a Noto è vero, in questo il vescovo ha ragione. Ciò non toglie che la scuola sale sul banco degli imputati per non aver rimediato ai danni sociali causati non tanto dai due adolescenti privi di alcun raziocinio – siamo d’accordo che l’adolescenza da sempre è l’età della confusione ma un pensiero in fieri sarebbe opportuno averlo anche a 15 anni -, ma parliamo dei danni sociali causati dalle famiglie di origine, incapaci di capire chi sono i loro figli che crescono e di indirizzarli nella società come futuri adulti responsabili. Se non si è in grado di fare i genitori, i primi educatori delle nostre vite, bisognerebbe alzare la mano e gridare “aiuto”.

Quindi potenzialità e limiti dei social devono diventare materia scolastica, al pari della lingua italiana, anzi affiancata all’insegnamento della lingua italiana, considerato l’uso primitivo che si fa della lingua nazionale da parte dei giovanissimi, innanzitutto, ma anche dagli adulti “leoni da tastiera”, haters (odiatori) di professione. Per non parlare di chi politicamente si dichiara pure “sovranista” e massacra, oltre la coesione nazionale, anche la lingua comune. Altro che prima gli italiani, prima la lingua italiana oserei dire.

A scuola bisognerebbe apprendere, innanzitutto, a prendersi la responsabilità di quanto si scrive e si fa sul web, mettendoci la faccia (Facebook dopotutto nasce come diario dei volti), all’insegna del rispetto del pensiero altrui e della promozione delle pluralità. Il social è proprio materia da insegnare in aula, è educazione civica 2.0 di cui c’è assoluto bisogno per non creare nuovi mostri da tastiera autoreferenziali fino all’ossessione.
Che senso ha pagare, da adulti, migliaia di euro per i master di social media management, utilissimi in questa fase contemporanea del mercato del lavoro, quando la scuola potrebbe dare la base che serve per sempre come le tabelline?

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