mercoledì 23 agosto 2017

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La piuma bianca

Tac, e si riparte dall’inferno

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Sul filo infuocato di Marzamemi, sui pericolosi pendii dei cinquant’anni al femminile, intravedo la salvezza di 4 donne, che hanno preso in affitto per cinque giorni una casa in avanzato affanno di cure, dove la loro energia inesauribile di alzarsi e riprendere la marcia, trova la sua forma più espressiva nell’atto creativo: un tappeto come un romanzo, una calamita come un disegno


di Sergio Mangiameli

Il posto è Marzamemi, che già è la debuttante frontiera turistica di tendenza e anche una delle cinque dita della mano italiana, aperta alle fughe dall’Africa. Una terra di confine, dunque, e il tempo è una strizzata d’agosto che di più torrido non viene in mente – quindi, un limite anche questo.

Loro sono quattro donne in età matura: Rita, Milena, Luisa e Caterina (i nomi non sono esatti, anche se portano le iniziali uguali a quelli veri). Hanno preso in affitto per cinque giorni una casa in avanzato affanno di cure, trattata dal proprietario con lo stesso disprezzo con cui evidentemente vive. C’è una mostra-mercato d’artigianato alla Tonnara, al porto. Era tutto pieno, a Marzamemi, e l’unico schifoso buco disponibile sono quelle quattro mura sbrecciate, senza nemmeno una pala di ventilatore al soffitto, o una doccia civile, o un giardino pulito. Perché Rita, Milena, Luisa e Caterina, sono espositrici artigiane e hanno pagato gli stand alla Tonnara, per vendere le loro cose, fatte con le loro mani e il loro ingegno.

La tonnara di Marzamemi

Rita lavora in un Comune, ma per non far morire il cervello tra le piaghe dell’amministrazione pubblica, tesse tappeti e stoffe al telaio, ha fondato un’associazione con Milena e ora a Marzamemi è lì con lei che l’aiuta a rifinire i suoi prodotti.

Milena, che ha sempre desiderato la laurea, lavora la cartapesta, creando pesci, massime di vita in cartolina, “benvenuti” su legno e altre invenzioni ancora, tanto ricchi di colori quanto sono ingombranti la sua ansia e la sua timidezza, nel proporsi per vendere.

Luisa è laureata in scienze politiche e ha un master in economia e gestione turistica alla Ca’ Foscari, è stata licenziata sei anni fa perché la sua figura in azienda era diventata “un lusso”; ora fa soprattutto soutache, e anche anelli con pietre particolari.

Caterina parla, parla, parla e nel frattempo lavora il cuoio, rivestendo roba delle favole, come porte intere, quasi che fossero le regali entrate di un castello.

Ognuna di loro ha famiglia, figli, e più o meno rapporti in cerca di un nuovo equilibrio con i propri compagni, anche per via, in parte, di un altro limite, che prende molte donne in prossimità dei cinquanta.

In questo palcoscenico di reimpasto, tutte loro si stanno mettendo in gioco ancora una volta, nonostante le dieci rughe che si portano sul viso e le due o tre, che le incidono il cuore. In questo bruciante affaccio d’agosto in terra di bordo, Rita, Milena, Luisa e Caterina hanno deciso di sfidare le loro paure – di persone usate e poi scartate, di donne col tempo contato, di anime inquiete – con la più antica, originale forza umana: la creatività, che mai è uguale a un’altra, perché mai nessun cristiano è uguale a un altro.

Mark Horst Four women

Ora, che la natura di un cristiano – o di una cristiana – esce fuori nelle condizioni di limite, questo già l’ho scritto altre volte, a proposito di una certa correlazione che trovo tra i bordi terrestri e quelli dell’animo umano. Qui, sul filo infuocato di Marzamemi, sui pericolosi pendii dei cinquant’anni al femminile, nelle notti insonni in una dimenticata catapecchia, intravedo la salvezza. Quella che ognuno di noi ha dentro, l’energia inesauribile di alzarsi e riprendere la marcia, che trova la sua forma più espressiva nell’atto creativo: un tappeto come un romanzo, una calamita come un disegno, una collana e un dipinto, un fermacapelli e una musica nuova. Vedo la magia sbocciare in un luogo piccolo, ma preciso: quando avviene il contatto con se stessi, quando non si naviga più col pilota automatico, ma si deve guardare la mappa interna per tracciare la nuova rotta. Tac, il contatto, eccolo: come unire l’indice al pollice. Un semplice tac, e l’immaginazione potrà salvarci.

Marzamemi stasera è un inferno di caldo, rigato da marciapiedi punteggiati da stronzi di cane, condito da un fetore altalenante di fogna con l’aggiunta implacabile di alghe in putrefazione, ma ci sono strati di gente, turisti dietro-porta e bresciani, veneti, francesi, che mangiano, comprano, bevono, passeggiano, parlano e ridono alla Tonnara, a uno sputo dal mare che culla e inghiotte, come se avessero trovato, proprio qui, sul callo del tallone d’Europa, la cruna dell’ago. Quel buco, piccolo, ma preciso, da dove si può traguardare la luna, e passa e riparte la vita.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 agosto 2017




Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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