lunedì 21 agosto 2017

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Simona Lo Iacono: «Come Lucia anch'io sono stata "diversa", sospesa tra visione e vita»

Libri e fumetti

Il suo realismo onirico si conferma nell'ultimo romanzo "Il morso" (Neri Pozza), dove racconta la storia di Lucia Salvo, la "babba" siracusana che durante i moti risorgimentali di Palermo portava missive segrete: «Un secolo convulso, quello. E' stata Lucia a scegliere me. Amo quella confusione tra reale e irreale». Magistrato, scrittrice per passione, ha portato il teatro in carcere, perché «risana dagli errori della vita»


di Daniela Sessa

Dal quattro maggio è in libreria il nuovo romanzo di Simona Lo Iacono “Il morso” (Neri Pozza), destinato a bissare il successo di “Le streghe di Lenzavacche”, candidato lo scorso anno al Premio Strega. Simona Lo Iacono è di Siracusa, è magistrato con la passione per la scrittura, una passione fatta di narrazioni e di collaborazioni con riviste, tra tutte “Letteratitudine” di Massimo Maugeri. Più di una passione, in verità, perché sin dal suo romanzo d’esordio “Tu non dici parole” (2008) ha collezionato premi e riconoscimenti.Tra i suoi libri “Stasera Anna dorme presto” (premio Ninfa Galatea, 2011), “Effatà” (2013) con cui ha vinto il premio Martoglio, fino al successo di vendite e critica dello scorso anno con “Le streghe di Lenzavacche” . Con Il morso Simona Lo Iacono precipita il lettore ancora una volta dentro un mondo fatto di “magarìe” (desideri più che magie) e di cronaca, lo proietta all’indietro nel tempo, in quel 1848 in cui la Sicilia si fece ancora una volta laboratorio della Storia. Sullo sfondo c’è la rivolta di Palermo, organizzata da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, contro i Borboni nel giorno del compleanno di Ferdinando (12 gennaio 1848).

Simona Lo Iacono

In mezzo al clamore di fuochi d’artificio e tiri di schioppo, ecco l’agile e febbrile Lucia Salvo, la siracusana, la babba, la pazza a far da spola tra palazzo Ramacca e lo Steri portando missive segrete. Lucia Salvo è un personaggio realmente esistito che Simona Lo Iacono scova in un libro di Luigi Natoli e che trasforma in un’intensa figura di donna. Appassionata, istintiva Lucia Salvo si muove tra i complotti e le menzogne della Storia imparando a fingere anche lei, senza perdere mai l’ingenua bellezza del suo cuore. Lucia Salvo esprime la dolce e appassionata barbarie dell’amore. Quando l’amore trova nella pazzia la sua maschera. Racconta un gioco di specchi Simona Lo Iacono: ogni cosa e ogni personaggio (è un romanzo costruito su personaggi di forti tinte) appare e traspare, a volte si rovescia. Come la pazzia che è la verità della Storia e delle storie.

Ho incontrato Simona Lo Iacono prima della partenza per il giro di presentazione del libro, che la porterà in tutta Italia (tra gli appuntamenti il 16 maggio alle 18 sarà alla Feltrinelli di Catania, e il 18 maggio allo Spazio Autori del Salone del Libro di Torino).

Il romanzo “Il morso” è un polittico di personaggi. Al centro vi è Lucia Salvo con la sua diversità, ma ogni altro personaggio vive di autonomia poetica. Cos’ è per Simona Lo Iacono il personaggio?
«Il personaggio è una persona vera. Viene, ti tormenta, si introduce nell’immaginario, fino a sovrapporsi all’anima, dettandole cadenze, momenti, parole. Insomma: è un invasore. Ma poiché ogni invasore è straniero, parla a modo suo, ha le sue stranezze. A me tocca pazientemente interrogarlo, interpretarlo, farmelo vivere dentro. Quando mi è finalmente intellegibile, poi, ….ecco che fugge di nuovo, con quella sua incredibile autonomia. Libero, l’essere più libero che io conosca».

Anche in “Il morso” come nelle “Le streghe di Lenzavacche” la ricostruzione del contesto storico serve ad esaltare lo scarto verso l’irreale, verso la diversità. Come se la Storia ingabbiasse la vita vera. Perché Lucia Salvo e perché Palermo del 1848?
«La storia è il mondo in cui ci muoviamo. Anche adesso, non solo nel passato. Ed è quindi inevitabile che si imponga, anche con violenza. Io sento sulla mia pelle l’assalto del tempo che vivo, la sua caducità ma anche la sua frenesia, il suo dolore, la sua forza, sebbene fatta di tanta fragilità. E quindi ogni volta che racconto, non posso prescindere dalla storia, dal tempo, dal secolo che attraverso. Lucia Salvo in verità non è stata una mia scelta. Al contrario è stata lei a scegliere me e di conseguenza io ho imparato a vivere nel suo tempo. Un tempo di cambiamenti convulsi, caratterizzato da un passaggio molto doloroso per la Sicilia e l’Italia tutta. Il sovvertimento delle classi sociali, l’avvento dei moti popolari, l’approdo verso l’unità d’Italia, già così pregna, alla sua nascita, di contraddizioni. Un secolo convulso, insomma, non dissimile dal nostro».

Il mondo di trine e merletti descritto in “Il morso” è sospeso tra decadenza e superbia. Cos’era l’aristocrazia siciliana?
«Era una grande messa in scena. Nascondeva molta incapacità di gestione. Grande desiderio di restare aggrappati alle proprie certezze. Un gigante appariscente, ma con i piedi di argilla.

Lei è una scrittrice molto sensibile al tema della diversità, delle fragilità dei corpi che si traduce in forza dell’anima. Da dove nasce quest’attenzione e cosa è la diversità?
«In qualche modo mi sono sempre sentita io per prima “diversa”, perché molto attratta da mondi che non erano il mio, da personaggi d’altri tempi, da storie che mi trascinavano, sin da piccola, in un’altra dimensione. La mia difficoltà a vivere la realtà mi ha segnata. Mi sono dovuta sforzare molto per calarmi nella vita vera, perché tutta la mia anima, da bambina, era presa dai sogni, dalle letture, dalla fantasia. Crescendo, lavorando, immergendomi nella sofferenza ho superato quello scarto, ma solo per necessità. E l’attenzione per il diverso è sempre lì, a ricordarmi ciò che anch’io sono stata. Ciò che in qualche modo sono ancora».

Con questo romanzo a me sembra che lei si metta ancora una volta nella scia felice di certa letteratura del realismo onirico. Mi riferisco a Isabelle Allende e a Gabriel Garcia Marquez. Cosa ama di quella traduzione della realtà, di quella scrittura?
«Amo appunto quella confusione a me così cara tra reale e irreale, tra visione e vita. Quel non delineare un confine netto tra le due dimensioni, lasciandole convivere felicemente, facendo in modo che si alimentino l’una dell’altra».

La Lo iacono e il premo Ninfa Galatea ottenuto nel 2011

Si parla tanto di scrittura al femminile. Non so se è d’accordo a catalogare nel genere la scrittura. Forse esiste solo una sensibilità particolare nelle scrittrici, e in quelle siciliane in particolare, per trasformare in carne la parola.
«Anche io non amo catalogare, però è ovvio che la sensibilità femminile sia più attratta, a volte, dal tema della carne delle donne, dalle sue lacerazioni, dai suoi visitatori non voluti. Fa parte del nostro essere. E sicuramente questo influisce nella nostra sensibilità narrativa».

I suoi romanzi hanno un linguaggio particolare: mistura felice di dialettismi, eleganza formale, echi del lessico giuridico. Quanto la sua professione ha influito nella sua scrittura, nelle parole e nei temi?
«Tutto si mescola in letteratura. E quindi anche lo sguardo giuridico sul mondo, la lunga abitudine a leggere la nostra esistenza attraverso codici, norme, processi, ha influenzato sia il mio modo di narrare che di vedere la realtà. Però – a parte il lavoro – la scrittura si nutre di lettura. La mia scrittura è il frutto di tutti gli autori che ho amato e che continuo ad amare, di tutta la poesia che ho letto, di tutte le parole di cui fin da bambina mi sono nutrita. Io vagavo sempre, da piccola, tra le parole, e avevo una tale ansia di dire, di raccontare, di leggere, che erano loro, alla fine, a cercare me. Quindi posso dire che ciò che influisce sulla mia scrittura è anche l’esito di un percorso che io per prima non conosco, il frutto di qualcosa che mi raggiunge, e che io devo raccogliere».

Cosa dire della sua passione per il teatro e del suo lavoro nelle carceri?
«Il teatro è la mia seconda anima dopo la letteratura. Lo trovo una dimensione ideale, forse perché è lo scenario migliore per raccontare storie. E’ arrivato da poco nella mia esperienza artistica, anche se di teatro mi sono nutrita. A casa mia non si poteva prescindere da Eduardo, dalla commedia siciliana, e dalle tragedie classiche. Così sono cresciuta con l’idea che il teatro fosse uno spazio familiare e abitabile, in cui fondere linguaggi ed essere profondamente se stessi, proprio per il fatto di indossare una maschera. Al contrario la realtà, che è il luogo in cui indossiamo maschere, è anche quella che più ci allontana dal nostro “centro”. Con questa idea profondamente legata alla ricerca interiore è nata la mia avventura in carcere. Dove propongo il teatro proprio per questo: per indurre a intraprendere una strada di senso, di significato, di scoperta. I detenuti – nonostante gli errori fatti – hanno ancora più bisogno di ritrovare il cuore della propria esperienza umana, ciò che si è incrinato, si è rotto, ha portato alla caduta. Il teatro li risana,li raccoglie, li riempie di gioia».

Simona Lo Iacono ha un sogno che la scrittura può realizzare?
«C’è un sogno, sì. Fare della scrittura un mezzo per superare le difficoltà. Portarla dove c’è più bisogno di una parola incantatrice, di un guizzo di fantasia. Tra i bambini con minorità, tra i sordomuti, i ciechi, i disabili, i detenuti. Fare della parola una scia lunare, un ponte che regge due sponde. E attraversarlo, quel ponte. Arrivare dall’altra parte.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 16 maggio 2017





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