mercoledì 23 agosto 2017

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Silvio Perrella: «La Sicilia è un mondo
pullulante di mondi»

Libri e fumetti

Lo scrittore e critico palermitano ci introduce nei retroscena di Insperati incontri, libro che unisce realtà ed invenzione attraverso ritratti di scrittori, poeti, intellettuali, protagonisti della storia culturale italiana ed europea. Tra i quali molti siciliani, dal cuntista Nino De Vita, l'unico vivente, a Vincenzo Consolo, al pirandelliano Mattia Pascal a Elvira Sellerio


di Salvo Fallica

Silvio Perrella


«Insperati incontri è nato quasi da sé, per accumulo e stratificazione. Stavo dando forma ad Addii, fischi nel buio, cenni - il libro dedicato alla generazione di scrittori e scrittrici italiani nati tra le due guerre mondiali che Neri Pozza ha pubblicato lo scorso anno -, e di tanto in tanto veniva fuori uno di questi testi nei quali la parola altrui si mescolava alla mia. Allora ho pensato di andare a cercarne altri, di metterli gli uni acconto agli altri, e quando ho pensato che il criterio ordinatore potesse essere l’alfabeto il libro è nato. E nascendo ho scoperto con stupore che si trattava di un romanzo polifonico di formazione, dove l’io narrante va per l’appunto a bottega d’alfabeto. E impara dagli altri ad essere se stesso utilizzando il linguaggio».

Con questo incipit lo scrittore e critico letterario Silvio Perrella, palermitano di nascita e napoletano d'adozione, spiega a Sicilymag la genesi del suo nuovo bel libro “Insperati incontri” edito da Gaffi. Un libro che unisce realtà ed invenzione, incontri avvenuti ed altri immaginari. Ne vengono fuori dei ritratti di scrittori, poeti, editori, intellettuali, protagonisti della storia culturale italiana ed europea. Ritratti di personaggi che con la formula dell'alfabeto, dalla A alla Z, compongono un quadro articolato e composito, plurimo ed armonico, grazie alla capacità scritturale ed alla concezione filosofico-letteraria di Perrella.

Qual è il suo rapporto con la Sicilia?
«Mi piace tornarci. Mi piace sapere che esiste. E che può prendere la forma di un luogo o il sorriso di un amico o il sapore di un cibo. Il libro è dedicato a mia madre, che di cognome fa Sicilia. Alla Sicilia ho consacrato un breve libro di viaggio; s’intitola In fondo al mondo e non a caso l’ha pubblicato la messinese Mesogea, la casa editrice che è una delle ragioni dei miei periodici ritorni nell’Isola, visto che faccio parte del suo comitato di redazione. Ma più che un comitato di redazione è una comunità di amici con i quali condivido avventure dell’intelletto».

Dalla Sicilia di Consolo a quella dei nostri giorni, come è mutata l'isola?
«Nel libro c’è un incontro con Nino De Vita (marsalese, è una delle voci poetiche più interessanti e rigorose della letteratura dialettale contemporanea nda), che rappresenta la Sicilia di oggi. Di Nino, sempre per Mesogea, ho curato un’antologia dei suoi 'cunti'. Se non avessi deciso di lasciare momentaneamente da parte gli incontri musicali, ci sarebbero stati anche i Fratelli Mancuso. E poteva comparire Mimmo Cuticchio. Così come Gioacchino Lanza Tomasi. E chissà che non ci saranno nelle prossime edizioni: immagino Insperati incontri come un libro in progress».

Nino De Vita

La Sicilia è una realtà a macchia di leopardo, molto differenziata al suo interno...
«Sì, la Sicilia è un mondo pullulante di mondi. Mi piace andare ad Ortigia, e da lì proseguire per Noto per gustare le granite del Caffè Sicilia. Amo Modica per la sua verticalità. E amo la Villa di Ragusa Ibla e il suo "Circolo di conversazione". Salgo con stupore verso le alture dell’Etna, e saluto Sant’Agata li Battiati, un paese dove ho vissuto da adolescente. E mi piace attraversare lo Stagnone per raggiungere Mozia. Ed è inutile negare che Capo Peloro mi sgomenta e mi affascina quando scorgo lo "scalino" che forma l’incontro-scontro dei due mari. Quando arrivo a Catania è una tappa obbligata andare a mangiare la pasta con i ricci alla Pescheria».

Modica

Ed il suo rapporto con Palermo?
«Palermo, certo, ha un posto tutto suo. E’ il luogo dove sono nato e dove, quando torno, amo perdermi. E cammino, cammino fino allo sfinimento, finché non mi fermo a mangiare un panino con le panelle ad un angolo di piazza Indipendenza. E devo ammettere che Palermo è sotterraneamente presente in molte delle cose che scrivo: come un rimpianto, ma anche come una possibilità. Quella che dà forma al ritorno. E la stessa cosa potrei dire dell’intera Sicilia, terra asincrona, dove il 'tempo è un altro'».

Palermo, piazza Indipendenza

Nel capitolo molto importante incentrato sul dialogo con Vincenzo Consolo, vi è sia il racconto della Sicilia che di Milano. Dagli incontri siciliani di Consolo con Lucio Piccolo e con Leonardo Sciascia alla capitale del Nord interpretata attraverso l'illuminismo cristiano di Manzoni. Con l'amarezza consoliana delle profonde contraddizioni di fine Novecento rispetto al nobile passato. Può sintetizzare ai nostri lettori le caratteristiche peculiari di questa ricostruzione di storia della letteratura ma anche di storia politica e sociale?
«Vincenzo Consolo, pur amandola, lascia la Sicilia inseguendo un ideale illuminista di vita, soprattutto di vita sociale. Uno dei suoi punti di riferimento è un altro intellettuale siciliano: Elio Vittorini. La meta è Milano. Sono gli anni che porteranno al ’68 e a un grande rivolgimento della società. Dopo La ferita dell’aprile, lo scrittore sente il bisogno di scavare nella Storia; vuole indagare negli aspetti meno in luce del Risorgimento. Nasce Il sorriso dell’ignoto marinaio. E’ uno scavo che lo porta verso le contraddizioni purulenti del nostro Paese, viste dalla specola di un Sud che si allarga sempre più al Mediterraneo».

Vincenzo Consolo

Può dirsi che Consolo è stato uno degli ultimi grandi intellettuali europei che ha sentito con partecipazione e sofferenza esistenziale la responsabilità politica della letteratura? Politica intesa ovviamente nel senso della polis greca, della tutela dei valori fondanti della democrazia e delle comunità.
«In Consolo la "corda civile" vibrava potente. Ma le disillusioni negli ultimi tempi si fecero sempre più nette e gravi. Era come se non sapesse più dove mettere i piedi. E questo lo portava al viaggio, al movimento, ma anche all’angoscia e alla pena. La stessa letteratura sembrava non bastargli più. Si rivolgeva alla poesia, come testimonia il suo sodalizio con Andrea Zanzotto».

Consolo nel suo impegno civico è stato sciasciano?
«In parte sì, in parte no. Lui diceva che i suoi maestri erano stati illuministi – oltre Sciascia, Italo Calvino - e che la loro patria culturale era la Francia. Invece per lui contava sempre di più la Spagna e gli sarebbe piaciuto mettere una bomba sotto il loro illuminismo. D’altronde fu lo stesso Sciascia a parlare del Sorriso come di un parricidio».

Dedica ampio spazio anche ad Elvira Sellerio, donna che con le sue geniali intuizioni ha lanciato tanti talenti ed ha inciso nella storia culturale italiana. Chi era Elvira Sellerio sul piano editoriale ed umano?
«Era una "signora", come amavano definirla i suoi collaboratori. Una signora alla quale piaceva l’arte del racconto orale. La ricordo come una Ludmilla calviniana mentre passa in rassegna le storie di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann. Eleganza, tenacia e fiuto connotavano il suo stare al mondo».

Elvira Sellerio

Il "gigante" Pirandello e Mattia Pascal. Anche in questo caso riesce a sviluppare una sua chiave di lettura originale e sempre ben estrinsecata scritturalmente. Può in breve raccontarla ai nostri lettori?
«In questo caso si tratta davvero di un incontro insperato, perché è lo stesso Mattia a rivolgersi al suo autore. Gli parla del suo romanzo e non nasconde anche qualche dubbio. E addirittura gli dice di preferire un altro libro: L’uomo che guardava passare i treni di Simenon. Tema simile, esecuzione più avventurosamente libera. D’altronde fu lo stesso Pirandello a dedicare a 'Mattia bibliotecario' il suo saggio su L’umorismo; permettendo, dunque, di fare emigrare il suo personaggio fuori dal reame costringente della pagina».

Luigi Pirandello

La nostra intervista è incentrata su alcuni grandi personaggi siciliani di dimensione europea, ma nel suo libro molto interessante e ben scritto Lei dialoga con molti altri prestigiosi personaggi italiani del passato e del presente. Data l'incidenza che ha avuto Giulio Einaudi nel pubblicare anche molti dei più importanti scrittori ed intellettuali siciliani del Novecento, è opportuno analizzare la sua figura anche in questo contesto. Lei ne racconta il profilo dell'editore di livello internazionale ma anche il profilo umano. Partendo da suoi aneddoti personali può farci un ritratto di un editore che ha scritto molte pagine di storia, e lo ha fatto con ironia e leggerezza calviniana (ed a volte anche con atteggiamenti spiazzanti ed informali)?
«Sono stato amico di Giulio Einaudi. Quand’ero giovane m’invitò a Torino a presentare I libri degli altri di Calvino, insieme a Natalia Ginzburg, Cesare Segre e a Daniele Del Giudice. Quel giorno avrei dovuto sostenere il concorso per accedere all’insegnamento. Preferii andare a Torino e scelsi la mia strada di libero battitore. Un giorno Einaudi venne a Napoli. Doveva fare un’intervista nella quale raccontare il 'suo' Calvino. Mi convocò in un albergo nel quale era sua abitudine scendere. E mi disse: parlarmi di Calvino, l’ho frequentato per anni, ma mi accorgo di non sapere molto di lui. Aiutami a farne un ritratto. Aveva apprezzato un mio saggio sullo scrittore ligure e lo aveva scritto nella sua autobiografia in dialogo con Severino Cesari. Da qui il suo interesse per quel che potessi dirgli su di lui. La mattina dopo andammo a Marechiaro. Pranzammo all’aperto seduti ai due lati di un tavolino che facevamo scendere di gradino in gradino intercettando la luce del sole che si andava nascondendo dietro la collina. Si stette lì fino a godere dell’ultima luce del pomeriggio. Sì, è vero, era solito mangiare nel piatto dell’altro. E questo una volta mandò su tutte le furie Giorgio Manganelli. A me invece divertiva la sua curiosità culinaria. Mi sembrava un segno del suo modo di essere editore. Ma certo, la sua storia, senza il controcanto silenzioso di Roberto Cerati, sarebbe meno sfaccettata».

Italo Calvino


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 25 giugno 2017





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