sabato 27 maggio 2017

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Piazzese: «In Sicilia ci sono delle eccellenze. Nonostante la politica»

Sugnu sicilianu

Lo scrittore palermitano parla a tutto tondo di sé, dei propri romanzi - «Ne sto scrivendo due nuovi, uno con La Marca e uno con Spotorno» -, dei suoi riferimenti letterari - Sciascia innazitutto -, della visione dell'Isola, tra gioie -«Farm Cultural park, Fiumara d'Arte, il Nero d'Avola, i medici eroi», e dolori: «Crocetta mi ha deluso, mi aspettavo altro da lui»


di Salvo Fallica

La letteratura e la vita, i libri ed i rapporti con i lettori ed i non lettori. L'interpretazione del mondo e la difficoltà concreta di interpretarlo ed ancor di più di cambiarlo e salvarlo. L'origine della sua attività di scrittore, il rapporto con la scienza e le scelte esistenziali. Il raffinato scrittore palermitano Santo Piazzese, fra le voci più originali della narrativa italiana contemporanea, apprezzato anche all'estero, considerato un neosciasciano, si racconta in questa ampia intervista. E racconta dei suoi romanzi (editi da Sellerio), la sua visione della cultura, come vede la Sicilia e l'Europa di oggi. In maniera come sempre acuta e controcorrente, con ironia leggera e colta, in linea con lo stile della sua produzione scritturale.

Santo Piazzese

Quanto la letteratura può incidere sulla vita reale? Quanto il mondo attuale ha bisogno del racconto e dell'interpretazione letteraria della realtà?
«Poco, se per vita reale si intende quella collettiva delle masse di miliardi di individui. Che, per altro, in maggioranza non leggono. Talvolta però anche un singolo libro può cambiare la vita di un singolo individuo. Se fin dalla prima infanzia non fossi stato un forte lettore, sarei diventato una persona diversa da quella che sono. Non necessariamente peggiore. Ma difficilmente migliore. Comunque penso che in genere gli intellettuali tendano a sopravvalutare la capacità della letteratura di salvare il mondo. Senza contare che ammettere questa possibilità equivarrebbe ad ammettere che possa anche dannarlo».

Qual è stata la genesi della sua scelta di scrivere romanzi?
«Ho sempre saputo, fin da ragazzo, che prima o poi avrei scritto libri. Essendo un biologo e non possedendo competenze specifiche in altri campi, l'alternativa sarebbe stata scrivere testi di biologia. Meglio i romanzi».

"Il soffio della valanga" è una metafora di Palermo e della Sicilia o è universale?
«Di regola, diffido delle metafore e preferisco tenermene alla larga, ma ogni tanto mi scappa lo stesso un colpo. Come nel caso che dà il titolo al mio terzo romanzo. L'ho adottata perché è funzionale alla trama e mi sembra che abbia una certa valenza poetica. Più letteraria, dunque, che 'filosofica'. Quindi non è un tentativo di interpretare Palermo o la Sicilia, né tanto meno intendevo attribuirle un significato universale. Ma, alla fine, è il lettore che decide. Anche "contro" l'autore. In Sicilia, comunque, mi pare che si tenda ad abusare di metafore e allegorie».

I suoi primi tre libri sono definiti dei noir, a mio giudizio sono dei gialli originali ed intessuti di una profonda visione social-culturale e antropologico-filosofica. Cos'è e cosa rappresenta per Lei il genere giallo?
«Lo scrittore austro-svizzero Friedric Glauser esortava a non sottovalutare il romanzo giallo: secondo lui era il sistema migliore per far passare idee ragionevoli. Penso che si riferisse alla capacità che ha il romanzo poliziesco di catturare l'attenzione del lettore attraverso una sorta di priorità della trama rispetto ai contenuti. Alle idee, insomma. Che così passano attraverso un processo quasi subliminale e si stratificano in una parte periferica della nostra coscienza, pronte a risorgere alla bisogna. Erano gli anni '30, si era in pieno nazismo. Oggi i lettori di gialli sono più scafati, grazie a una maggiore offerta, anche se non è detto che questo coincida con una maggiore qualità dei romanzi. A giudicare dalle molte idee irragionevoli che sembrano diffondersi, si direbbe che - se è corretta l'affermazione di Glauser - larghi strati della popolazione non abbiano mai letto un giallo. Noi autori, quando ci incontriamo tra noi e con i nostri lettori, amiamo ripetere che il giallo è il mezzo migliore per interpretare e analizzare la società. E per cercare di cambiarla. Non so…».

Sciascia visto da Nicolò D'AlessandroFra i suoi punti di riferimento vi è Leonardo Sciascia. Il suo giudizio su Sciascia sul piano letterario e sul piano del dibattito pubblico? Manca molto una figura come quella dello scrittore di Racalmuto nell'Italia di oggi?
«Di Sciascia non finiremo di rimpiangere l'intelligenza e la lucidità, non certo esente da errori: l'imperfezione però è un valore aggiunto. E il suo senso etico della letteratura. Personalmente antepongo lo Sciascia scrittore etico, lo Sciascia polemista, allo Sciascia narratore, per quanto io abbia molto apprezzato certi suoi romanzi come "A ciascuno il suo" e, sopra tutto, "Il Consiglio d'Egitto”».

E' nota la sua stima, ricambiata, verso Andrea Camilleri. Quanto ha inciso l'inventore del commissario Montalbano nello sdoganamento del giallo italiano?
«Camilleri ha sdoganato il giallo grazie all'enorme successo di Montalbano, che ha incoraggiato neofiti e scrittori main stream che prima di lui avevano snobbato il genere o lo disprezzavano. Non c'era riuscito neanche Sciascia, che pure amava il giallo e che nella scrittura in giallo si era cimentato, pur con la sua specialissima interpretazione del genere. Penso a romanzi come "A ciascuno il suo" o "Una storia semplice". Prima di Camilleri l'Italia era una delle poche eccezioni in campo internazionale. In paesi come la Francia, la Gran Bretagna o gli Usa il giallo, nelle diverse sfaccettature e classificazioni, veniva considerato letteratura a tutti gli effetti ben prima che da noi. Parlo, ovviamente, dei gialli di buona qualità letteraria».

Camilleri inaugura la statua di Montalbano a Porto Empedocle

Spesso dall'esterno si identica Palermo tout-court con la Sicilia ma ovviamente non è così. Esistono tante Sicilie, profondamente diverse sul piano storico, culturale, sociale, economico, antropologico e gastronomico. Quali sono le specificità identitarie di Palermo e quali le similitudini con una visione filosoficamente più ampia del "continente" Sicilia?
«Quand'eravamo ragazzi, riuscivamo a identificare il quartiere di provenienza dei nostri coetanei in base alla parlata. Riuscivamo a distinguere persino gli ausitani da quelli dell'Ammasciuni: cioè chi proveniva dalla Kalsa e chi da Piazza Magione. E sono due aree confinanti, compenetrate. Oggi non è più così perché nel corso degli anni, specie all'epoca del così detto "sacco di Palermo", c'è stato un rimescolamento generale degli abitanti della città, con una vera e propria diaspora dei residenti dei Quattro Mandamenti nei nuovi quartieri dormitorio: lo Zen, Borgo Nuovo, Bonagia, Medaglie d'Oro... Un fenomeno in massima parte volontario, fortemente incoraggiato dalle autorità comunali, che avevano il progetto - per fortuna abortito - di sventrare il centro storico e avviare una gigantesca speculazione edilizia. Qualcosa di simile è accaduto nelle borgate storiche, comprese quelle marinare, ormai del tutto snaturate da una nuova edilizia che non prevedeva i servizi più essenziali. Il che è una delle ragioni che hanno reso alcuni di questi quartieri zone di arruolamento della manovalanza malavitosa. E terminali di spaccio di ingenti flussi di droga. Il centro, per fortuna, si è salvato quasi del tutto, se non per la componente antropica, almeno per quella strutturale. Ma le periferie sono il segnale più vistoso della perdita di identità cui, non solo i quartieri, ma tutta la città è andata incontro. Da quello che ho visto girando per la Sicilia nel corso degli anni, qualcosa di simile deve essere avvenuto in altre realtà, come per esempio Catania, con la fine di quartieri come la vecchia Librino e l'avvento di nuove Librino periferiche, quale che sia il loro nome. Detto questo, penso che nei fondamentali le differenze, per esempio tra Palermo e Catania, si siano in parte mantenute. Nelle menti, nei caratteri. Persino nella gastronomia. Ma affondano le loro radici nel passato meno recente: Greci a oriente, Fenicio-Punici a occidente. Ma sarebbe troppo lungo affrontare il discorso in questa sede. E, tutto sommato, mi sembra più materia da etno-antropologi, da storici e da sociologi, che da giallisti».

Il Papa che dorme, murales di Sten Lex in Piazza Magione a Palermo

Qual è il suo giudizio sulla Regione Siciliana in generale e sui governi che si sono succeduti negli ultimi lustri, compreso quello attuale?
«E' una provocazione? Spero di sì. Premetto che da alcuni anni, quando leggo i giornali, tendo a saltare le pagine di politica regionale. Non per colpa dei giornalisti: anzi, più sono bravi, più trovo irritante leggere le loro cronache puntuali. Ancora più dell'irritazione mi pesa il senso di inutilità della lettura. I politici sembrano capaci di coniugare solo verbi al futuro, mentre i cittadini ambirebbero a sentire sopra tutto verbi coniugati al passato prossimo: abbiamo fatto, invece di faremo. Ma non mi illudo che sia solo un problema di classe politica, perché è tutta la classe dirigente a essere coinvolta, specie la burocrazia, tentacolare, ubiquitaria, soffocante, castrante.

E forse irredimibile, almeno in tempi brevi. Ma la responsabilità è anche di una larghissima parte di comuni cittadini sempre in cerca di scorciatoie, del tutto privi di cultura civica, di senso di appartenenza a una comunità e di memoria storica. Entro certi limiti, ha poco senso invocare l'alibi della inadeguatezza dei politici evitando di guardare in casa propria. Detto questo, non voglio sottrarmi alla domanda: avendo votato alle ultime elezioni regionali per Crocetta, non posso che dirmi deluso dai risultati del suo governo, anche perché l'avevo votato sull'abbrivio del buon lavoro da lui svolto come sindaco di Gela. Non dico che non abbia fatto niente, ma le aspettative erano altre. E sorvolo sugli ultimi governi che l'hanno preceduto: parce sepulto, come si dice».

Nota più in generale, sul piano sociale, economico e culturale, anche dei segnali positivi?
«Devo anche riconoscere che - nonostante tutto - la nostra regione non è alla canna del gas e presenta settori di eccellenza, distribuiti un po' a macchie di leopardo. Quasi sempre dovuti all'intraprendenza di chi ha scelto di contare solo sulle proprie forze, sulle idee e sulla iniziativa personale. Penso per esempio all'agroalimentare, penso all'enologia, spesso coniugata al femminile nelle sue realizzazioni di maggiore successo. Ricordo l'affermazione a livello planetario del Nero d'Avola. E penso alla follia visionaria che ha portato alla creazione della Farm Cultural Park di Favara, che una rivista internazionale specializzata nel turismo artistico pone al sesto posto tra i luoghi più interessanti al mondo per il viaggiatore appassionato di arte contemporanea, preceduta da Bilbao, Parigi, New York... O alla Fiumara d'Arte di Antonio Presti. E penso pure a certe eccellenze nella sanità, accanto alle quali coesistono reparti che garantiscono buoni livelli di assistenza solo grazie all'eroismo - uso a ragion veduta il vocabolo - di medici e del personale parasanitario che letteralmente combattono e si dannano per fare funzionare le cose. Ecco, queste eccellenze della sanità pubblica sono forse la migliore rappresentazione di quello che può fare di buono la politica e di quello che di buono si può fare nonostante la politica».

La Farm Cultural Park di Favara

Da Palermo come vede l'Italia di oggi?
«Sciascia, con la sua famosa metafora della linea della palma, prefigurava una contaminazione in negativo del resto d'Italia da parte della Sicilia. Oggi mi pare che il flusso stia rischiando di invertirsi: temo una contaminazione della società siciliana da parte della componente più razzista, becera e intollerante di certe aree del resto d'Italia. Un segnale è l'abdicazione alla memoria e alla dignità di una parte, per fortuna minoritaria, della classe politica regionale, propensa a dimenticare il pesantissimo atteggiamento antimeridionalista, venato di razzismo, della Lega di Bossi, oggi di Salvini. Qualcuno può credere seriamente che l'abbraccio con Salvini sia motivato da "ideali"? Quali, di grazia?».

Lei ha successo anche all'estero, in Francia in particolare. Ed è un intellettuale che non solo va negli altri paesi europei a presentare i suoi libri ma è sempre attento al mondo che lo circonda. Che idea si è fatto della situazione in Francia?
«Non riesco a farmi un'idea chiara della situazione italiana, figurarsi di quella francese. L'unica certezza che ricavo dalla lettura occasionale di qualche giornale, ma sopra tutto dai contatti con amici transalpini, è che la società francese è spaccata esattamente come quella italiana sui temi più sensibili, come per esempio l'immigrazione. La spaccatura è anche geografica e topografica: da una parte, la Parigi illuminista e le altre grandi aree urbane; dall'altra, gli abitanti delle banlieu e della così detta Francia profonda, la periferia agricola e geografica. Anche da loro, come da noi, pesa l'inadeguatezza delle risposte della politica alle esigente reali di chi, della globalizzazione, ha visto solo gli aspetti più deteriori».

Qual è il presente ed il futuro dell'Europa?
«Per azzardare un'opinione non risibile, sopra tutto per quanto riguarda il futuro, bisognerebbe possedere una presunzione smodata o una sistematica attitudine a sottovalutare i propri limiti. Io non possiedo né l'una né l'altra e l'avere scritto qualche romanzo non mi pone in una posizione di maggiore attendibilità. Da semplice, anche se attento, lettore di giornali, non posso che condividere quello che mi sembra un sentire comune: la pubblica opinione europea - e dunque l'Europa stessa - sta attraversando una fase di transizione molto critica, il cui esito è difficilmente prevedibile. Il suo destino può essere segnato anche dalle scelte di un singolo Paese. Si dice sempre che una condizione di criticità può anche offrire straordinarie opportunità. Speriamo sia questo il caso. È una fase che richiede nervi saldi, razionalità, impegno civile e una più che mai attenta ponderazione nella scelta del voto, a ogni livello. Compreso quello condominiale».

Torniamo ai suoi libri. Con "Blues di mezz'autunno" ha mostrato ancora una volta la sua vitalità narrativa e la capacità di sperimentare registri scritturali ed ambientali diversi. Può anticiparci qualcosa del suo prossimo romanzo?
«Sto lavorando a due romanzi, uno con il mio primo protagonista La Marca, l'altro con il commissario Spotorno, protagonista de "Il soffio della valanga". Ma preferisco non fare previsioni né sui tempi né su quale dei due uscirà per primo».

Santo Piazzese e i libri

Cosa vede nel suo futuro?
«Più che "visioni", speranze: nuove persone da conoscere, studiare un paio di nuove lingue, ripassare il latino, leggere nuove traduzioni di Iliade e Odissea, ritentare di leggere la "Recherche", tenermi più che possibile aggiornato in campo scientifico. E scrivere almeno cinque nuovi libri. Cose normali, tranne l'ultima, più impegnativa delle altre. Mi accorgo di avere adottato per quattro volte inconsciamente il vocabolo "nuovo". Mi sembra un buon segnale dato a me stesso. Vediamo se funziona. Vasto programma, comunque».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 24 marzo 2017
Aggiornato il 06 aprile 2017 alle 13:46





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