martedì 23 maggio 2017

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Momenti di parole

La veggente di Sferracavallo

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Per conoscere sé stessa Vittoria legge a modo suo i tarocchi con Dora la nuova vicina di casa. Ma saranno le parole di Madame Patrizia di Sferracavallo a farle capire tutto: la la malinconia sarà sempre compagna del suo cammino, e non basterà tarocco o castello di carte a farla cambiare. Parola di maga


di Daniela Robberto

Vittoria non si era mai occupata di astrologia, chiromanzia e roba del genere. Sapeva che era dei gemelli, perché nata a giugno e basta. L’arrivo dei nuovi inquilini nell’appartamento di fronte al suo, lasciato sfitto per anni, aveva in lei ravvivato le immagini care di alcuni vicini di casa che in un tempo passato, erano diventati così familiari da considerarli quasi parenti. Quei ricordi nella mente risvegliavano di fatto tutte le sfumature del carattere della gente del sud che fa della socialità nei confronti di chi abita vicino, un bisogno di legame imprescindibile capace di abbattere il muro della diffidenza e sciogliere l’imbarazzo delle nuove conoscenze. Dora, la nuova inquilina, parecchio più giovane di lei, le fece subito simpatia per il suo agire spigliato e diretto che la spinse a condividere una quotidianità fatta di intese che non necessitavano di parole stabilendosi e radicandosi anche con un solo sguardo.

Si abituarono presto l’una all’altra e, schiudendo, tra le risate e nelle confessioni a volte ostentate a volte sussurrate, lasciarono che vi fosse libero e reciproco accesso al loro personale e diverso sentire femminile. Dora frizzante eccentrica, piena di iniziativa entrava a gamba tesa in qualsiasi situazione e quindi fu quasi scontato che Vittoria si incuriosisse ai suoi interessi così diversi dai suoi, tra i quali vi era appunto il mondo dell’occulto. Aveva sempre mantenuto al riguardo un notevole grado di immunizzazione perché disdegnava come ganga volgare e priva di senso qualsiasi influenza astrale sulla vita di tutti e fu più per gioco che per convinzione che pian piano cominciò ad apprendere curiosa le nozioni base della materia. Scoprì così di avere Mercurio nella sua prima casa e che da questo pianeta discendevano la versatilità, la capacità di capire e la fantasia che, come il messaggero degli dei, nella sua mente volava con le ali ai piedi.

Mercurio

Avevano preso l’abitudine di farsi i tarocchi ogni mattina. Non appena i reciproci consorti andavano a lavorare trascinandosi appresso il carico recalcitrante di figli, dimenticavano per effetto di piacevolissimo sortilegio, questi e quelli. Corse Niobi al contrario, di quella prole mal lavata e vestita peggio, che la mattina non voleva alzarsi per andare a scuola, sbiadivano di loro, già sul ballatoio delle scale, le ultime immagini per lasciarle ricomparire fisicamente e nei loro pensieri, solo all’ora di pranzo. Come fiduciose adolescenti correvano all’appuntamento quotidiano con le stelle; le vestaglie un po' scolorite e chiuse a malapena su fianchi ormai ceduti all’abbandono, scoprirono in loro stesse desideri sopiti, voglie ancora urgenti. Tutte le faccende casalinghe o gli impegni familiari venivano assolti in distratta velocità o differiti a altra data o occasione per lasciare che le carte, ambasciatrici dell’ignoto, lette nella loro sequenza, divenissero la mappa sconosciuta di un improbabile futuro, il copione di storie non ancora vissute, l’incognita di amori dietro l’angolo, la fortuna economica inaspettata, il rinvigorire di tracce di una giovinezza che stava sfiorendo.

Caffè, sigaretta e biscotti era il loro personale rito che le introduceva all’ esoterico; avevano provato a bere del tè ma erano troppo meridionali per tale bevanda; sedevano al tavolo del tinello disordinato nella prima mattina affidandosi alle verità mascherate delle carte e, mentre l’una aspettava il responso dell’altra promossa a Sibilla, questa la invitava ad essere seria, concentrata e a non dileggiare i tarocchi. «Alza con la mano sinistra, mi raccomando». E, quella richiamata alla serietà, con sguardo concentrato, smazzava con la sinistra. Mentre le patate bruciavano nel tegame decretando così la fine di qualunque partecipazione al pasto di mezzogiorno e gridavano “acqua, acqua, stiamo avvampando vive!”, poggiato sul tavolo da cucina, un re con corona e scettro, arroccato nel suo carro trionfale di guerra perennemente infiorato, le guardava attonito dal bordo di un tarocco.

La seconda carta rappresentava la morte ed ambedue trasalirono perché non se lo aspettavano. Dora la facente astrologa, si riprese subito e dopo aver controllato nel bugiardino ad accompagnamento del mazzo di tarocchi, rassicurò l’amica : «Ma la morte non è la morte, rappresenta l’attesa, una situazione che deve cambiare, il sacrificio, la rinuncia; sì, ti devi sforzare a fare delle rinunce!». E’ un sacrificio temporaneo, per poter poi migliorare la tua situazione. «Ancora? - scattava l’altra -, ma a che cosa devo rinunciare ancora?». «Non lo so, questo dicono le carte». «Ma tu sei sicura?» - disse Vittoria, spegnendo il fuoco sotto il tegame dove le patate agonizzavano carbonizzate. «Aspetta… -, disse vediamo un’altra carta -. Vedi è uscita la papessa, questa sei tu». Poi ne girò un’altra, il diavolo ed uscì rovesciata: brutto segno, ormai non aveva più argomentazioni da opporre: Dora come al solito, inarrestabile nel cercare e trovare una risposta ad ogni cosa si inventò che l’amica doveva avere Urano contro che significava stagnazione, blocco, arresto di ogni rinnovamento.

«Ma che significa?». “Non lo so». «Ma come non lo sai ?». «Non lo so, non sento niente di buono». Ed aveva ragione; infatti sentirono la chiave che girava nella toppa e voltandosi verso l’uscio della cucina videro il marito di Vittoria rientrato inaspettatamente che le guardava sommando il suo sguardo attonito a quello che il re lanciava aggrappato al bordo della carta. «Ma che è tutto ‘sto fumo ?». «Niente si sono bruciate le patate, ma tu com’è che sei qui?». «Mi sono scordato il portafoglio» disse mentre osservava quella cucina diventata antro fumoso di streghe. Prese il portafoglio e disse serissimo: «Me ne vado, apri la finestra». «Si», risposero in coro. Rimaste sole, era come se si fosse rotto l’incantesimo. La maga Dora non si sentiva più maga e l’altra non la riteneva più tale. La considerazione che le aveva attribuito era forse esagerata e non meritava l’ardore conferitole. Si rese conto di come le conoscenze dell’amica sull’argomento fossero così esigue, limitate ad una infarinatura troppo superficiale; era arrivata, come dire, alle scuole medie dell’astrologia e questo non le consentiva di scandagliare a fondo le situazioni né di suggerire le ancora più preziose soluzioni. Davanti al muro della diffidenza e della sfiducia che si stava erigendo tra loro, Dora ammise tutti i suoi limiti, i suoi dubbi; le disse che non aveva mai spacciato una preparazione profonda sull’argomento e stringendosi nelle spalle decise di ricorrere ad un aiuto specializzato. Vittoria inorridì davanti a tale proposta ma Dora fu irremovibile e prese a digitare sul suo telefono: astrologia - cartomanzia Palermo.

Si aprì improvvisamente un mondo: decine di siti si dicevano in grado di soddisfare tutta la clientela anche la più schizzinosa nelle esigenze in tema di salute, lavoro ed amore che in fondo erano gli argomenti più richiesti. Ognuno di questi vantava la propria competenza ed assicurava prestazioni serie ed accurate che andavano dalla possibilità di un consulto telefonico di poca spesa per arrivare a quelli domiciliari molto più costosi e riservati. Ma tutti, tutti assicuravano professionalità riservatezza trattandosi di argomenti che investivano la sfera intima e personale. I più professionali postavano, oltre alle immagini, dei video dove c’era un prima e un dopo le cui scene rappresentavano bene il successo dei loro interventi. Concentratissimi veggenti seduti al loro scranno di lavoro alla luce di tremule candele tenevano sospeso un pendolino oscillante e, su note wagneriane, il gioco di traslucide dissolvenze mostravano prima scene di uomini e donne infelici che dopo apparivano sorridenti, appagati, con figli sani, biondi e belli, cani di razza puliti ed agili in primo piano sullo sfondo di dimore eleganti ed immerse nel verde. L’offerta così variegata e suggestiva spesso sottolineava la gratuità del primo consulto al seguito del quale proponevano pacchetti di incontri, diversificati per le personali necessità. A questo si aggiungeva la vendita di monili scaccianegatività o attiramore che potevano essere idea per un regalo di compleanno ma anche la preparazione di filtri personalizzati in grado di porre rimedio a tutto: dall’alito cattivo alle balbuzie latenti o esiti di ictus: tutto ciò davanti a cui la medicina si arrestava, trovava soluzione in quelle formulazioni magiche di cui si certificava su pergamena l’efficacia per i filtri magici e per pietre e amuleti carichi di esoteriche energie provenienti da lontane terre orientali.

Incredule davanti a tanta offerta che lasciava supporre una altrettanto copiosa mole di richieste, non sapevano disporsi e decisero che il badget destinato all’operazione sarebbe stato il naturale scrematore della scelta. Purtroppo, dopo vari e timidi tentativi compresero che non c’era modo di appurare neanche orientativamente la spesa che si sarebbe dovuta affrontare. Mago Astolfo, la Compagnia dei tarocchi, I potenti della Magia, la Divinatrice Ultraterrena, lo Zodiaco per voi, ricevevano solo previa appuntamento e, dopo una discreta attesa in compagnia di musica siderale, qualunque contatto veniva filtrato da segretarie che si dicevano non autorizzate dal maestro o dalla maga ad anticipare per telefono il costo della vicenda facendo intendere con sdegno che ciò sarebbe stato un’onta per la deontologia professionale del fattucchiere. Intimidite dall’esito di tutte le telefonate, dopo un veloce conciliabolo, decisero per una certa madame Patrizia di Sferracavallo pubblicizzata da un breve trafiletto senza neanche una foto, che sicuramente non avrebbe avuto i costi di una veggente di via Libertà. Chiamarono, anzi chiamò Dora perché Vittoria, incredula della sua stessa emozione, era così attanagliata che non avrebbe saputo riassumere in breve le sue necessità anche perché in fondo neanche sapeva bene quali fossero.

L’appuntamento fu preso per un giovedì pomeriggio alle 15. Decisero di andare con l’autobus perché le macchine di famiglia di ambedue non erano disponibili, ognuna, per nebulosi motivi. Ferme sotto la pensilina dell’Amat di cui rimaneva soltanto l’ossatura arrugginita, pativano di quei dettagli che tanto pongono in dispregio le periferie urbane: gli effluvi del vicino cassonetto d’immondizia che ancora quella zona era esente dall’impegno della raccolta differenziata; un sedile in ferro a cui erano state sottratte numerose bacchette della seduta, una tabella da cui non si poteva leggere qualora ci fosse stata alcuna indicazione perché scarabocchiata in trasversale dalla scritta con pennarello nero «Nino! sei tutta la mia vita…». Si apprestarono all’attesa. Mano a mano che il tempo passava smisero di parlarsi: e quel tacitarsi occultava la reciproca insofferenza, il comune fastidio per ritrovarsi con motivi diversi a tradurre in atti ciò che era stato in fondo il chiacchiericcio di due donne annoiate. Ma ormai erano là e dovevano andare avanti.

Quando ormai ognuna delle due rimuginava in sè quello che un grande scrittore descrive come i piaceri personali dell’umiliazione, arrivò l’autobus. Il mastodonte vecchio e polveroso guidato da un pilota scarmigliato e male in arnese arrancava in quella strada nata in origine come statale, destinata ad un traffico leggero e poco frequentato ed ora resa ancora più stretta dal posteggio selvaggio da ambedue i lati. Erano le sole passeggere e non avevano pagato neanche il biglietto. Se l’autobus ed il suo autista avessero saputo il motivo di quella gita, avrebbero fatto dietro front per ritornare all’amato deposito: l’autobus per dare pace e fare raffreddare i suoi oli diventati scuri e densi come catrame e l’autista per concludere il suo turno schiacciando un pisolino. Pensava con nostalgia al divano sgangherato omaggio di un sindacalista dell’azienda che aveva rinnovato il mobilio di casa offrendolo ai colleghi come pagliericcio nell’attesa di mettersi alla guida. Avrebbero accorciato il servizio terminandolo nella frescura della grande rimessa; ma tanto a Palermo, di una corsa saltata da un autobus di linea nessuno se ne sarebbe accorto e meno che mai, lamentato… Invece progredirono tra l’esiguo traffico di quell’ora con gli occhi pieni della bruttezza dei sobborghi osservati attraverso le ditate impresse sui finestrini sporchi dell’autobus.

Arrivati a Sferracavallo le due amiche scesero nella piazzetta deserta e cominciarono la ricerca dello studio il cui indirizzo stringevano ormai sbiadito dal sudore nel pugno chiuso; non si sapevano raccapezzare ed allora fecero capolino dentro il bar della piazza semideserto. «Scusi… cerchiamo vicolo della crocifissione n° 2, ci sa dire dov’è?». «Ah - rispose il barista -, cercate a Patrizia? Andate più avanti, la seconda traversa a sinistra, proprio all’inizio» disse con quello che a Vittoria parve un mezzo sorriso. «Ma perché non ci siamo informate prima - disse Vittoria all’amica - ora tutti sanno dove stiamo andando». «Ma tutti chi, che non c’è nessuno». Questo pensiero alleggerì un po' la sua vergogna ma non poteva scacciare dalla mente la riflessione di essersi lasciata coinvolgere in una cosa così stupida e totalmente ridicola. Mentre camminavano in silenzio arrancando per la continua salita avrebbe voluto che il terreno sotto i suoi piedi si aprisse e che lei scomparisse inghiottita da una voragine scura e profonda. Finalmente arrivarono in vicolo della crocifissione e il numero due era là alla loro destra. La porta era aperta. Entrarono.

La megera palermitana Giovanna Bonanno nota come la vecchia dell'aceto

Un odore di muffa mischiato al tanfo di broccolo che doveva essere stato il pasto appena consumato fece capire che era studio-abitazione. Un piccolo ingresso, una fila di sei poltroncine in plastica, tre per lato denunciavano l’usura di una affluenza misera o il riciclo di queste da chissà dove. Una pianta sempreverde perché finta soggiaceva a strati di polvere e due stampe della mano di Fatima e della tavola dei significati numerali erano appese al muro. Una tenda in perline in plastica variopinta nei colori oscillava nel suo compito di dividere la sala d’attesa dallo studio di consulto vero e proprio. Buongiorno dissero, dapprima piano e poi più forte. Sentirono un passo strascicante ed apparve la veggente. Nonostante tentasse di camminare disinvolta si rivelava impacciata con una spossatezza che le rallentava ogni passo. Madame Patrizia era infatti in avanzatissimo stato di gravidanza e quando le chiesero se questo fosse il suo primo figlio rispose: «No, purtroppo, questo è il terzo». Lo spiattellare come questa gravidanza fosse un evento inatteso fu come planare sulla buccia di banana. Se ne accorse perché lesse nelle midriasi delle sue ospiti di aver fatto un passo falso ma non se ne curò minimamente. Andò nel retro e tornò con due piccoli candelabri a tre bracci l’uno; le candele si vedeva, erano già state accese e spente più volte, ripetendosi forse questo rituale, per ogni cliente; la fiamma partì bene ma ambedue le amiche erano convinte di stare perdendo il loro tempo e il poco denaro che avevano destinato alla cosa. «Accomodatevi» disse puntando il suo sguardo su Vittoria e prendendole con delicatezza le mani congelate tra le sue screpolate e gonfie di maternità. Questa trasalì per essere stata individuata come l’oggetto del consulto; non se lo aspettava! tentò di ritrarle; non era abituata ai contatti fisici con estranei e veloce disse: «Pensavo facesse solo le carte e noi siamo venute perché io, che sono dei gemelli pare abbia in contrasto dei pianeti ma è un gioco è solo un gioco». «Ah disse, sei dei gemelli; è un segno mal conosciuto, tacciato di incostanza, giudicato permaloso, insofferente, volubile negli interessi e negli affetti. Ma non è vero: è il segno degli irrequieti mentali, di quelli il cui animo è in perenne conflitto tra razionale ed irrazionale e, come le maree che si incontrano nelle linee di spartizione degli oceani configgono e non trovano mai netta separazione mischiandosi pericolosamente, i gemelli non hanno mai pace».

Dal tono, dai contenuti e dalla forma con cui vestiva le sue frasi non sembrava per nulla una veggente, nulla legandola all’immagine di chi leggendo le stelle suole ricorrere agli effetti di astuzie grossolane; sembrava piuttosto una profonda conoscitrice delle pieghe psicologiche umane e, anche l’orientamento che diede al seguito dell’incontro, le parve anomalo e fuori da ogni previsione. Cominciò a raccontare del simbolo del segno dei gemelli. Erano questi i Dioscuri, figli di Leda concepiti in una notte da padri diversi, uno divino e l’altro umano impetrati a brillare nell’eterno della sfera celeste. La loro era una storia d’amore: quando il gemello mortale fu ucciso, il gemello divino, impazzito di dolore supplicò gli dei di far morire anche lui perché non poteva concepire di stare solo, ma questo non era possibile. Lo strazio di tanto soffrire infine commosse Zeus che concesse ai due fratelli di ritornare insieme a vivere ma alternando gli Inferi all’Olimpo. Vittoria ascoltava rapita; conosceva bene l’alternanza tra armonia e sofferenza, il perenne dilaniarsi tra opposti sentimenti. Mentre parlava, la veggente le stringeva piano le mani, e quel tocco leggero con cui accompagnava le eminenze delle vene sul dorso e le linee tracciate sul palmo, avvicinato al viso per meglio vedere, spinsero Vittoria verso un abbandono, una sonnolenza così difficile da contrastare che le confondeva la mente e la rendeva impossibile lo stare diritta sulla sedia.

«Vedi - disse la veggente -, le linee della tua mano segnano tracciati profondi dove si accumulano le ansie, i sentimenti, e nel loro sovrapporsi o intrecciarsi o andare parallele compongono la pittura impressionistica della tua vita che ti farà conoscere ed amare le dosi di magia e di veleno degli individui che incontrerai, degli eventi che vivrai. E tu sarai sempre appassionata e malinconica ed anche se vivrai bastevolmente non imparerai mai a cambiare perché non si cambia, non si può fare, non si deve fare. Il tempo è un lusso e non lo si può sprecare nella banalità delle abitudini, nell’artificiosità delle apparenze, negli inganni della malafede. La malinconia è compagna del tuo cammino e plasma e modella la visione di tutto ciò che vivi. Non hai armi con cui difenderti da questa e, pur avendole non lo faresti mai perché sei nata così, col macigno sul cuore, e non c’è tarocco, costruito ad instabile castello di carta che la potrà mai annullare». Vittoria non aveva capito in fondo cosa le volesse dire ma intuiva in quella donna, veggente di periferia, forse psicologa disoccupata, una conoscenza della natura umana indagatrice e profonda e si ritrovava in quelle parole che descrivevano perfettamente i suoi disagi ma anche il suo gusto eccessivo per la vita.

Il sangue ora le riscaldava le mani facendole recuperare il calore perso con l’emozione; la ristoravano le attenzioni anche se prezzolate e offerte insieme all’odore di broccolo che impregnava ogni cosa in un ambiente misero fatto di poltroncine di plastica dalle gambe deboli e fotocopie per quadri appese al muro. Non volle chiederle nulla per timore, che parlando le sue domande potessero essere formulate in modo banale che avrebbero vanificato nella sua testa la precisa costruzione di ciò che aveva sentito e che si riprometteva di ripetersi nella mente. Uscendo, sulla via del ritorno Dora ruppe il silenzio: «Ma che schifo di consulto ma poi in definitiva che cosa ti ha detto? E poi non ti ha fatto neanche le carte; io mi sono annoiata moltissimo. Abbiamo perso solo tempo e tu, anche soldi!». Non era vero, pensò Vittoria; non era assolutamente vero! Presero in corsa l’autobus per il ritorno.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 15 maggio 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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