martedì 23 maggio 2017

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Mangalavite, Servillo e Girotto, Italia-Argentina andata e ritorno

Recensioni

Il concerto del trio italo-argentino al Centro Zo di Catania è stato un viaggio stratificato, denso, fascinoso, a cavallo di due culture - italiana e argentina - e di tanti modi di interpretarle


di Giuseppe Condorelli

Classe, eleganza e ironia raffinatissime. Condite pure con un pizzico di letteratura. Jazz club per “aficionados” quello di “Parientes”, il concerto che sul palco del Centro Zo di Catania ha accolto uno straordinario trio: Natalio Mangalavite (piano, tastiere, voce), Peppe Servillo (voce) e Javier Girotto (sax soprano, baritono, flauto, percussioni).

Un viaggio stratificato, denso, fascinoso, a cavallo di due culture - italiana e argentina - e di tanti modi di interpretarle: e se l’infinitesimale, scurissimo gessato di Servillo sa tanto di chansonnier, i sui gesti misurati e sensuali ad un tempo, come la sua pronuncia “teatrale”, ce lo restituiscono gigionesco e discreto lungo un’ora e passa di canzoni, di ballate, di cumbe e di milonghe, di sonorità tristi e folli, tutte dedicate proprio a quei “Parientes” d’Argentina che “ballano il tango con un passo che non c’è più”. Dedicate cioè a quei migranti che eravamo noi, ma anche a tutti quelli che varcano un confine geografico e interiore per una necessità, per una speranza e che non dimenticano.

Natalio Mangalavite, Peppe Servillo e Javier Girotto

E’ stato dunque come sfogliare un album di fotografie: alcune ingiallite, altre con una dedica sbiadita, altre ancora a gridare dai loro sorrisi una vita che non c’è più, a illudere con la loro bellezza trascorsa un amore, forse il primo e padri, madri, cugine, l’universo intimo di chi appartiene al nostro sangue e al nostro passato.

Un lungo viaggio insomma tra Italia e Argentina (“un’Italia di quaranta anni fa” chiosa Girotto, lui, argentino di origini pugliesi, in un momento della sua straordinaria performance), lungo sonorità e modi di essere ai quali il trio ci ha abituato almeno da una decina d’anni, quando già i due lavori precedenti, “L’amico di Cordoba” e “Futbòl” (dedicato a Osvaldo Soriano), esploravano quegli universi.

Un viaggio che non è solo musica ma che continua ad essere contaminazione: per questo Peppe Servillo può permettersi di passare dal repertorio “classico” degli anni ‘50 - sia traducendo autori di origine italiana - da Enrique Santos Discépolo a Osvaldo Pugliese fino allo stesso Astor Piazzolla - sia riproponendo celeberrime cover nostrane omaggiando, per esempio, in chiave folk, il Modugno di “Lu piscispada”, con una attenzione particolare alle sonorità del Norte argentino (sia Girotto che Mangalavite sono di Cordoba) in cui la presenza delle percussioni si fa più presente se non preponderante, per poi distillare, in chiusura, pure una versione di “Felicità” di Dalla.

Il tutto mescolando a fuoco lento, “Come si usa col ragù”, straordinaria canzone di una identità ricostruita lontano lontano, come un rito, ogni domenica e forse simbolo stesso del senso di questo “Parientes”.

E se la “Calesita”, incipit del concerto, è tutta giocata sul dialogo rarefatto tra il piano di Mangalavite e i fiati di Girotto - incursioni profondissime e calde - tocca alla voce di Servillo con la scoppiettante “Milonga sentimental” calarsi nell’atmosfera di Buenos Aires, dei sui ritrovi, delle sue taverne e specialmente del suo lunfardo - lo slang, intreccio di lingue europee, napoletano compreso - con “Cambalache”. Si sconfina pure nella lettura recitata, uno dei must di Servillo, che questa volta ci regala il Cortazar di “Un tal Lucas” (una miscellanea di saggi brevi, prose liriche e dialoghi immaginari), prima di ritornare ad altre note: dalla sincopata “Parientes” (firmata da Natalio Mangalavite) a “Figlio d’arte”, fino all’intimissima “Vuelvo al Sur” nella quale la voce di Servillo si intrama con il sax soprano di Girotto. E il viaggio non finisce. Por suerte...


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Pubblicato il 15 maggio 2017





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