sabato 27 maggio 2017

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«I prodotti che noi acquistiamo sono innervati di sofferenza animale»

Sugnu sicilianu

Teorico dell’antispecismo debole (l'uomo non è superiore agli animali ma gli animali non possono difendersi), il giovane filosofo catanese ha fatto la sua scelta animalista a 19 anni: «Attenzione è una scelta individuale, e riguarda solo il mondo occidentale. Consapevole che globalmente non sposto niente, se dico che si può vivere in modo diverso io lo metto in pratica»


di Gianni Nicola Caracoglia

Dalla sua lo aveva già detto scrivendo nel 2014 il libro “Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole” ovvero non solo che la superiorità dell’uomo sulle altre specie animali di certo non ha fondamento ma anche che gli animali da soli non possono difendersi dalle voglie umane legate soprattutto al consumo alimentare. Parliamo di Leonardo Caffo, giovane filosofo catanese, 28 anni, docente di Ontologia del Progetto al Politecnico di Torino, acceso sostenitore del consumo critico di stampo vegano tanto da essere chiamato spesso nei dibattiti tv per ascoltare una voce a favore degli animali nei confronti di chi consuma abitualmente carne. Per Caffo, però, non è solo debole la specie animale che non si può difendere dall’uomo ma anche quella parte di specie umana che la carne non la vuole mangiare per ragioni etiche. Debole perché comunque in minoranza a livello globale.

Leonardo Caffo

Il consumo critico in grossa ascesa è più frutto di un egoismo dei singoli che in questa fase di crisi globale si ritagliano come un piccolo angolo di paradiso morale in terra, o al contrario è un vero movimento collettivo che pensa che il mondo possa non perdersi del tutto?
«E' un discorso che sta su tutte e due le polarità delle domanda. Va sottolineato, però, che il consumo critico è una questione tutta del mondo occidentale e benestante, la gran parte del mondo non ha di che criticamente consumare. In India, in Cina, in gran parte dell'Africa non esiste la locuzione consumo critico, lì sarebbe surreale, è un discorso tutto interno al capitalismo occidentale. Il che rende la cosa più complicata. Se uno consuma criticamente non per una cosa individuale ma per voglia di avere impatto, un’efficacia sulla distribuzione delle risorse, visto che alla base del capitalismo c'è un rapporto fra domanda e offerta, quale che sia oggi il numero dei consumatori critici questo non si avvicina neanche lontanamente al 50% + 1 della popolazione, il cosiddetto effetto soglia, quindi in tal senso il consumo critico è inefficace. Al supermercato le scelte di acquisto cosiddette politiche cambiano solo una sotto-domanda, per cui molte aziende ora stanno pensando di riconvertire la propria offerta verso il consumo critico. Anche le aziende che producono carne, per esempio, adesso vendono pure i wurstel vegani».

Il mondo produttivo, comunque, si è accorto del consumo critico.
«In qualche modo compra le istanze critiche e con quei soldi contribuisce a finanziare il consumo di carne. L'industria non cede: comprando l'indotto vegetariano o vegano delle industrie che producono carne è come finanziare comunque la produzione di carne».

Una cosa è certa, c’è più democrazia nel senso che oltre i consumatori acritici, che non si pongono problemi di alcun tipo, ora abbiamo anche quelli critici.
«Questo è anche vero. Il consumatore critico di alto livello, però, quello che ha tutte le informazioni, non è interessato a incrementare i consumatori di seitan, vuole che la carne non sia venduta, per un senso di democraticità nei confronti degli animali. Il consumatore critico che cerca le verdure a km 0 non vuole che convivano le brutte verdure globali e quelle a km 0 ma vorrebbe che tutti possano mangiare solo verdure buone a km 0».

E' vero che molti scelgono di vendere ai vegani per poi finanziarsi le produzioni globali, ma è indubbio che l'industria globale sta cambiando anche il proprio modo di comunicare. Vedi l'Algida, famosa in tutto il mondo per il cornetto cuore di panna, che sta per lanciare il cornetto Veggy cuore di soia.
«Il consumo di per sé è una fetta piccola della dinamica tra domanda e offerta. Nell'Unione Europea sono crollati i consumi di carne. Visti gli interessi in gioco l'Unione ha dovuto finanziare indirettamente gli allevamenti per riequilibrare la domanda e l'offerta. Per rispondere, quindi, alla prima domanda il consumo critico non può che essere individuale. Il mondo su cui si può agire è comunque il proprio mondo».

La propria esperienza comunque può comunicare ad altri un'altra via. Dalla sua esperienza personale Leonardo Caffo che tipo di consumatore è, che domande si pone?
«Io sono diventato animalista abbastanza giovane, avevo 19 anni, e mi sono accorto che il sistema di prodotti che noi acquistiamo, non solo a livello alimentare ma dal vestiario alla ricerca scientifica, è innervato di sofferenza animale. Anche quando compra cose che apparentemente non lo sono. Lo sfruttamento animale è una base per tutta una seria di altre cose che riguardano il massacro generale dell'ambiente, la distruzione della salute. Vedi la fusione fra Bayer e Monsanto, un'industria farmaceutica e un gigante degli ogm, certamente fa pensare. Io da parte mia, consapevole che non sposto niente, voglio dare coerenza alla teoria, perché se dico che si può vivere in modo diverso lo metto in pratica. In molti fanno le cose se si percepisce che sposta qualcosa, i filosofi lo chiamano obbligo condizionale. Io dico invece vediamo se questo altro mondo funziona e che limiti ha».

Caffo

Il fatto, però, che adesso anche i bar, alcuni in modo esclusivo, altri no, vendono prodotti classici da bancone in chiave vegana vuol dire che l'approccio è più “friendly”, significa si è scesi dal piedistallo per cui cibo vegano vuol dire solo ristorante alla moda e costoso.
«Prodotti apparentemente uguali ma dal sapore un po' diverso sono la dimostrazione, per chi non lo fa, che per gustare determinati prodotti non c'è necessità di uccidere un animale. E’ il non consumatore critico, il non ecologista, che deve giustificarsi con il consumatore critico e vegetariano perché non lo è, non è quest'ultimo che deve spiegare perché non mangia più carne. Perché il consumo critico è possibile solo nel capitalismo? Perché è possibile solo nel sistema che distrugge tutto. Un paradosso è possibile, la globalizzazione del consumo critico, con la globalizzazione di prodotti come il seitan, che vada a danno di economie locali».

Stasera parte il programma “Animali come noi” di Giulia Innocenzi, legato al libro inchiesta “Tritacarne”, che avete presentato insieme a Torino qualche giorno fa. Questo programma aumenterà la frattura fra animalisti e carnivori o può essere un'occasione per tornare a parlarsi in maniera più tranquilla?
«Giulia ha fatto una cosa importante, in maniera giornalistica ha mostrato quello che avviene negli allevamenti intensivi. Non lo fa da animalista, ma da giornalista per dire che chiunque faccia una scelta qualsiasi deve sapere su quali basi questa scelta opera. E' inutile dire che sei animalista e te ne sbatti, o carnivoro e non ti interessa sapere cosa accade perché gli animalisti sono imbecilli. Il punto è sempre quello: prima vedi la realtà e poi ti assumi la responsabilità delle tue scelte. Lei fa vedere come sono trattati gli animali, qual è il processo della carne, in che modo queste strutture sono illegali, come le poche norme di benessere animale non sono rispettate, come sono spesso ambienti sporchi e infestati da topi. Non c'è dubbio che l'industria della carne reagirà con tante querele».

Leonardo Caffo e Giulia Innocenzi presentano Tritacarne al Circolo dei lettori di Torino

Dietro la Innocenzi c'è Michele Santoro che ha prodotto il programma.
«Questa è una cosa importante perché un giornalista come Santoro capisce l'importanza del tema magari non sposandolo del tutto. Il giornalismo intanto racconta. L'Italia in questo senso è avanti visto che la carne è nel core business dell'economia italiana. Qualcuno potrà dire che sul web queste informazioni ci sono da sempre, ma la tv resta più potente perché è lei a venire da te e non il contrario. Nessuno potrà più dire io non lo sapevo. “Animali come noi” adesso si unisce a “Indovina chi viene a cena” di Sabrina Giannini, ex Report, su Rai 3 che ha un impatto grossissimo. La Giannini insieme a Roberta Badaloni del TG1 è stata la prima a parlare di questi temi. Forse non è un caso che sono le donne ad aprirsi di più a questi temi, la storia di discriminazione aiuta a capire i problemi di discriminazione sofferti dagli animali».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 15 marzo 2017
Aggiornato il 18 marzo 2017 alle 18:28





Gianni Nicola Caracoglia

Giornalista, amante della musica, rock soprattutto, e amante delle cose buone. Che di questi tempi sono veramente poche...


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