lunedì 21 agosto 2017

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La solitudine di Eteocle, lasciato al suo destino dal fato e dal teatro

Recensioni

Richiama le attuali tragedie mediorentali, "Sette contro Tebe" di Eschilo, con la regia di Marco Baliani, che ha aperto il LIII ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa. C'è un solo vero attore in scena (Marco Foschi/Eteocle), accerchiato da effetti sonori da cinema in 3D, e con un coro che non riesce a superare il muro di suoni


di Lavinia D'Agostino e Gianni Nicola Caracoglia

E’ la paura la protagonista di “Sette contro Tebe”, la messinscena diretta da Marco Baliani sulla traduzione di Giorgio Ieranò che ieri sera ha aperto il 53° ciclo di spettacoli classici dell’Istituto nazionale del Dramma antico al Teatro greco di Siracusa. Paura della guerra, della violenza che ne scaturisce, della perdita delle libertà. Ieri come oggi. Perché quella di Tebe è una guerra che somiglia a qualsiasi altra guerra, di ogni epoca. E lo spettatore rivive, complici le pietre antiche del teatro greco, ciò che si è già consumato, opportunamente introdotto dall’aedo, incarnato in abiti contemporanei da Gianni Salvo, che annuncia: «che la fine abbia inizio».

Gianni Salvo è l'aedo

La storia dei due fratelli, Eteocle e Polinice, figli di Edipo e di Giocasta, che arrivano ad uccidersi per una promessa alternanza al trono di Tebe non rispettata, viene messa in scena utilizzando tutta l’area del Teatro Greco aretuseo, in un’azione scenica che dall’esterno giunge fino all’Orchestra del teatro (rialzata sullo stesso piano dei corridoi), dove si erge un enorme albero, simulacro divino, scena mininal circondata da sette massi (a rappresentare le sette porte di Tebe), ma esteticamente molto bella, firmata da Carlo Sala.

In scena ci sono le donne e gli uomini di Tebe, una ventina di attori dell’ Accademia d’arte del dramma antico, non sempre all’altezza del ruolo, considerato che la loro recitazione non è mai corale proprio nell'opera dove è la coralità la vera protagonista, ancor più del personaggio centrale, Eteocle (un convincente Marco Foschi, pienamente dentro il ruolo) che, dall’alto di una torretta esterna al teatro, incita il suo popolo a reagire all’assedio. In fondo, però, i giochi sono già decisi. L'aveva già "detto" l’indovino cieco Tiresia che, travestito da uccello dalla testa scheletrica, dà vita a una danza tribale, che risulta essere il momento più intenso e ben congegnato di tutta la messa in scena. Il sacrificio di Meneceo avrebbe salvato la città, non i suoi riottosi fratelli che sulla carta potevano regnare in pace, alternandosi sul trono: Eteocle, che si vanta di un buon governo, non sta ai patti e non cede lo scettro al fratello Polinice che si macchia, a sua volta, dell'alleanza con i nemici pur di aver ciò che gli spetta. E' l'eterno gioco del potere che logora sia chi ce l'ha sia chi non ce l'ha.

Baliani in questo scende in campo e fa una scelta "politica": per bilanciare l'ottusità delle scelte maschili cerca di dare forza, se non potere, alle donne in un contesto sociale e politico assolutamente misogino. E se da una parte Marco Foschi/Eteocle sta alle regole di ingaggio del personaggio che incarna ed è bravo a "insultare" la sorella Antigone, prima inter pares tra le donne che pregano e si disperano, invocando tutte le divinità dell’Olimpo ai piedi del maestoso albero, consce del fatto che saranno loro a pagare il prezzo più alto della guerra, dall'altro è proprio Antigone a non convincere perché l'attrice Anna Della Rosa, pur avendo dalla sua, per volontà del regista, un ruolo maggior rispetto al testo di Eschilo, non vola e alla fine risulta non indispensabile all'economia dello spettacolo.

Sarà il fido messaggero (un ottimo Aldo Ottobrino) ad annunciare l’inevitabile: gli uomini di Polinice sono già piazzati dietro le sette porte della città, e «non c’è tempo da perdere». Eteocle sceglie ad uno ad uno i suoi uomini – in una sequenza a dire il vero un po’ lenta e sempre uguale a se stessa - , impauriti e ingobbiti nonostante le maschere ne celino il reale volto (ciascuna delle quali sarà poi posizionata sui massi/porte).

Marco Foschi è Eteocle

Da qui in poi lo spettacolo tenta di coinvolgere gli spettatori puntando in maniera un po' eccessiva sul suono. L’effetto dolby surround trasforma il teatro greco di Siracusa nella più avveniristica delle sale cinematografiche, strizzando l’occhio a quel pubblico che ama i colossal storico-epici di matrice americana. Se infatti per un attimo si chiudono gli occhi, si ha l’impressione di partecipare alla proiezione di "Braveheart" (il film di Mel Gibson del 1995), piuttosto che alla battaglia di "Troy" (di Wolfgang Petersen, 2004). La battaglia diventa virtuale e spostata all'esterno della scena dove si consuma la tragedia di chi resiste o cerca di farlo. Una scelta discutibile, certamente azzardata per l’idiosincrasia tra l’audio (centinaia e centinaia di uomini all’arrembaggio) e la scena siracusana occupata da una decina di uomini, idiosincrasia che diventa scollamento puro quando inattesi problemi tecnici dell'audio (ben due alla prima sono troppi) spezzano il ritmo di uno spettacolo già debole e per giunta in due momenti importanti, lasciando gli attori in scena nel silenzio più assoluto. Marco Baliani usa la sapiente arte registica per dare un tocco di spettacolarità a uno spettacolo, però, debole in partenza, in cui la parte attoriale non riesce a spiccare (o forse non c’è), riempiendo la scena di effetti speciali ma a discapito del “teatro”. Se già il testo di Eschilo evidenzia la solitudine del personaggio centrale, il re Eteocle, conscio del suo destino già segnato, nella messinscena di Baliani è ancora più solo, privato di truppe "attoriali" adeguate. Il re non è solo nudo, è anche solo.

Anna Della Rosa è Antigone

A conti fatti, sono le musiche (o meglio sarebbe dire gli effetti sonori) di Mirto Baliani, figlio del regista, a fare lo spettacolo. Il senso dell'assedio è certamente assicurato, quando le scorribande dei soldati nemici e dei loro cavalli condotti allo stremo sembrano trasformarsi in un più contemporaneo bombardamento. E se inizialmente è apprezzabile il rumore di passaggi aerei che si trasformano in scalpitio di cavalli, in un parallellismo dichiarato tra quella di Tebe e le guerre di ogni tempo, a un certo punto il suono diventa invasivo. Soprattutto durante la battaglia.

Nel finale l’antica agorà è una terra bombardata, fatta di fosse fumanti, corpi dilaniati e pochi superstiti. L'albero, intorno al quale si svolgeva la vita di Tebe, è distrutto. Non sono solo i morti di Tebe, ma il pakul indossato dagli uomini e le teste velate delle donne (in un tempestivo cambio d’abito i cui colori richiamano alle primavere arabe) ci dice che sono anzitutto quelli della Siria, dell’Iraq e dello Yemen. Sono i morti delle più vicine e attuali guerre mediorientali. Perché in ogni tempo, la guerra ha sempre lo stesso odore acre, quello che si propaga tra il pubblico, mentre le donne si disperano sui corpi esanimi di figli, fratelli e mariti.

Ed è l'ecumenica pietas delle donne - che è cristiana, è musulmana, appartiene a tutti - a concludere la messinscena di Baliani, con Antigone – dissidente per antonomasia, eroina ante-litteram della parità di genere – che si ribella al nuovo potere politico cittadino (rappresentato da un irridente altoparlante degno della più classica delle dittature contemporanee), decidendo di seppellire comunque il fratello Polinice perché “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”. Sul finale applausi contenuti, non particolarmente entusiasti, di un pubblico vasto ma che non ha riempito il teatro in ogni ordine e grado.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 07 maggio 2017
Aggiornato il 12 maggio 2017 alle 21:36



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