lunedì 21 agosto 2017

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La democrazia di oggi è salva grazie ad Antigone, vera eroina di Tebe

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Chi è dalla parte dei tebani, sopravissuti alla carneficina fratricida fra Eteocle e Polinice? E' la giovane Antigone (la brava Giordana Faggiano) che si affida alla spiritualità delle straniere, le Fenicie che assistono alle faide familiari. Ecco la contemporanea sensibilità di "Fenicie" di Valerio Binasco, seconda opera del 53° ciclo dell'Inda, dialogo multilingue (non senza pecche) ma costruttivo


di Lavinia D'Agostino e Gianni Nicola Caracoglia

La real politik, ai tempi dell'Antica Grecia. Quando nel lontano 410 a. C. Euripide porta in scena "Fenicie", raccontando minuziosamente le faide fratricide per il dominio di Tebe, il suo intento è ricordare agli Ateniesi che l'eterna guerra del Peloponneso rischiava di metter fine alla democrazia della città-Stato. Più di 2500 anni dopo, quel travaglio familiare, di una famiglia maledetta per volere divino, viene rimesso in scena dal regista Valerio Binasco al Teatro Greco di Siracusa per il 53° ciclo di rappresentazioni classiche, per sottolineare che oggi, come allora, sono le scelte umane a condizionare i destini pubblici. Nonostante il divino e le sue profezie, allora; nonostante le belle e varie umanità che ogni terra si permette, in ogni epoca storica. Perché quando la materialità e la bassezza del raziocinio prevale sull'altezza inarrivabile della spiritualità, il risultato non può che essere la distruzione, la morte.

Giordana Faggiano è Antigone in Fenicie

Ecco, quindi, perché in una scena rossa come il sangue in cui al centro campeggia un albero spoglio e bianco abbattuto su un cumulo di pietre, bruciato dal suo interno come tanti se ne vedono sull’Etna, si dipana “Fenicie” di Euripide, tradotto da Enrico Medda, nella lettura di Binasco, seconda tragedia del 53° ciclo dell'Istituto nazionale del dramma antico. Quella di Binasco, che mette in scena la tragedia della stirpe di Edipo dal punto di vista della famiglia, è una lettura umana dei personaggi che in questa messinscena sono veri, passionali, carnali ma anche (e purtroppo) a tratti macchiettistici. In una ambientazione che parla slavo, forse russo, forse balcanico (sembra andare in scena la disgregazione della ex Jugoslavia o della stessa Unione sovietica come raccontano le uniformi dell’esercito di Tebe e l’accento della prima Corifea - Simonetta Cartia - che dà voce alle “mute” Fenicie), gli attori sono già in scena insieme a un pianoforte sul quale Eugenia Tamburri eseguirà le musiche di Arturo Annechino, accompagnando elegantemente, con note minimali, tutta la rappresentazione.

Da sinistra Gianmaria Martini, Polinice, Isa Danieli, Giocasta, Guido Caprino, Eteocle

Il dramma di una famiglia dilaniata dal dolore si apre con la preghiera disperata di Giocasta (Isa Danieli, che tiene bene il ruolo assegnatole nonostante più d’un incespicamento di memoria), che in questa messinscena non è regale, ma è una madre del Sud - verace, apprensiva, a tratti ingenua ma estremamente materna soprattutto durante l’incontro con il figlio esule Polinice -, che durante la preghiera agli dei riassume il filo della storia: Edipo, suo figlio e marito, ha scatenato contro la loro stirpe l'ira degli Dei. Quella di Giocasta, mentre in controscena il cieco Edipo (interpretato dall'attore giapponese Hal Yamanuchi) si rifocilla alla maniera dei giapponesi (con tanto di ombrellino a riparargli il capo), è una preghiera intensa, drammatica, viscerale “Dio ascoltami, salvaci, concedi ai miei figli di riconciliarsi. Se davvero sei un Dio non puoi permettere che a soffrire siano sempre le stesse persone”.

Forse nel tentativo di alleggerire il dramma, quella di Binasco è una tragedia che, a tratti, si tinge di commedia fino ad arrivare, quasi sul finale, ad un’operazione farsesca che ai più è sembrata eccessiva, ma che può ancora essere corretta per le prossime repliche. I primi tratti di questo “alleggerimento” registico si possono già scorgere nel dialogo tra il pedagogo (Simone Luglio) e la giovane Antigone (una brava e intensa Giordana Faggiano, che soprattutto sul finale ha dato una grande prova attoriale), rappresentata come una ragazzetta impulsiva di giallo vestita. I due, saliti sull’albero, scorgono oltre le mura “la pianura, tutta che lampeggia, coperta di bronzo” a rappresentare gli eserciti argivi che si sono alleati con il fratello Polinice e che assediano Tebe.

L'arrivo delle Fenici

Ed è qui che entrano in scena le testimoni mute di questa epica tragedia familiare: le Fenicie, un gruppo di donne destinate al santuario di Apollo, vestite come profughe dall'Est europeo con grandi maschere senza occhi (qui Carlo Sala, che firma scene e costumi, sembra essersi fortemente ispirato a quelle realizzate e utilizzate dalla compagnia tedesca Familie Flöz), che portano a Tebe una giovinetta occhialuta trasportata dentro una portantina imperiale giapponese. Ecco il trionfo della spiritualità che si contrappone, muta, alla grezza violenza della forza. Mimando, saranno le Fenicie a parlare, attraverso l’unica voce dall’accento spiccatamente slavo della prima corifea, con Polinice (un bravissimo Gianmaria Martini che con la sua recitazione puntuale e composta restituisce al pubblico il senso delle rappresentazioni classiche a Siracusa), giunto a Tebe, su richiesta della madre, per riconciliarsi con il fratello Eteocle.

Martini-Polinice e Caprino-Eteocle

Polinice/Martini regala al pubblico di Siracusa una grande interpretazione del figlio esule, ferito, arrabbiato per l’ingiustizia subita, costretto alla guerra contro la sua stessa patria per non essere un “vinto”, per non essere un perdente. Non possiamo dire la stessa cosa sul prepotente Eteocle, l'attore taorminese Guido Caprino con un cappotto di pelle nera e catene al collo, vestito alla maniera dei comandanti nazionalisti serbi o croati, capaci di ogni violenza fino alla pulizia etnica nel nome della ragion di Stato, che nonostante il bell’aspetto e la voce potente, non è stato capace di scandire a dovere le battute, con un risultato deludente per chi aveva aspettative diverse da un attore più abituato alle fiction che ai palcoscenici di teatro.

Caprino-Eteocle e Martini-Polinice

La mediazione di Giocasta, che rimprovera i due figli esattamente come farebbe una madre del Sud dopo averli sorpresi a litigare sull’androne della scala (manca lo scappellotto, ma poco ci manca), non va a buon fine, nonostante l’ultimo abbraccio tra i due contendenti al trono di Tebe. E’ l’inizio della fine, di quella fine che avevamo vissuto quasi dal vivo il giorno prima nella trasposizione della eschiliana "Sette contro Tebe". Eteocle/Caprino, spalleggiato dai suoi, malmena il fratello - calci e pugni sono resi in un bellissimo effetto scenico al rallenty - prima di buttarlo fuori dalla città, mentre le urla di Polinice/Martini sono strazianti da far accapponare la pelle.

Le Fenicie profughe di guerra, costumi di Carlo Sala

La guerra è letteralmente alle porte, ragione per cui Eteocle si consulta con il fratello della madre, Creonte (un ottimo Michele Di Mauro, vestito come un burocrate di regime pronto a cogliere l'attimo della rivalsa, che regala una interpretazione senza pecca) conscio che l’esercito di Eteocle è inferiore a quello di Polinice. Non resta che interrogare Tiresia (un superlativo Alarico Salaroli), l’indovino cieco di Tebe, qui reso come un vecchio brontolone bisbetico, quasi un clochard, che entra in scena accompagnato dal giovane Meneceo (Matteo Francomano), figlio di Creonte. Lo sgomento di quest'ultimo, che Binasco stravolge rendendolo profondamente umano, è quello di un padre che per nulla al mondo sacrificherebbe la vita del proprio figlio, a costo di mentire e mettere a repentaglio la vita della sua patria. Tutto questo, però, non ferma il gesto suicida del giovane Meneceo (e qui la messinscena sottolinea, ricorrendo alla commedia, come Euripide dedichi a questo personaggio solo un pugno di battute, lasciando l’eroico gesto a un ruolo marginale). Alle porte della città lo scontro tra i due fratelli è in atto, ed è da qui che Binasco scivola sulla farsa: la cronaca del combattimento è narrata con dovizia di particolari, e in accento decisamente siculo, dal secondo araldo (Massimo Cagnina) che strappa risate (troppe risate) alla platea, a suon di “mi dispiace”, scimmiottando un “Catarella” in uniforme ed elmetto.

Matteo Francomano è Meneceo

I corpi di Eteocle, Polinice e Giocasta (suicida), vengono portati a Tebe. Ora c’è spazio solo per la disperazione di Antigone, che da spensierata giovinetta si è trasformata in donna consapevole, decisa a onorare i suoi morti, tutti, anche contro il volere del nuovo sovrano Creonte. Il dialogo tra i due è di una forza disarmante: da una parte Antigone - fiera, intensa, decisa, coraggiosa, disposta a seguire il padre Edipo nella sventura –, dall’altra il misogino Creonte, che è si un despota, ma qui umano, capace persino di dire alla nipote “Vai via, in te c’è pazzia ma anche una grande nobiltà d’animo. Chi governa una città non può permettere a nessuno di trasgredire alle regole, perché non c’è niente di peggio dell’anarchia”.

Michele Di Mauro è Creonte, Hal Yamanuchi è Edipo

Dopo lo strazio dei corpi, l'umanità ha preso, almeno momentaneamente, il sopravvento. Antigone sceglie l'esilio e prende per mano il padre Edipo, vecchio e cieco, per cercare ventura altrove, fuori dalla loro Tebe. Ma dove? La risposta la fornisce la giovinetta portata quasi in processione dalle straniere, le Fenicie. La destinazione è Colono, come poi racconterà quasi un decennio dopo Sofocle nell'Edipo coloneo. Quando l'altro non fa paura e non viene visto come un nemico, tutti ne guadagnano.

Tanti applausi a scena aperta, molti applausi sul finale quando sulle note di "Heroes" di David Bowie la compagnia saluta il pubblico in una sequenza di “fermo immagini” che sembrano scatti fotografici. Chi sono a Tebe gli eroi per un giorno che nella canzone di Bowie erano due giovani amanti, gli ultimi romantici, nella plumbea atmosfera del muro che ancora divideva Berlino alla fine degli anni 70? In prima apparenza potrebbero essere i fratelli Eteocle e Polinice i quali, forti delle loro motivazioni personali, sapevano di andare dritti alla morte pur di non cedere ai propri principi. Più verosimilmente, i veri eroi di Tebe sono quelli che sono rimasti, Antigone soprattutto, ancora più della madre Giocasta - che non si sottrae al duro destino del suicidio -, che sceglie il sentimento umano, seppellisce il fratello Polinice nonostante i divieti, sfida il nuovo potere costituito rappresentato dallo zio Creonte, e infrange le volontà del fratello Eteocle che la voleva sposa a Emone, figlio di Creonte.

Nei saluti finali il regista Valerio Binasco ha concesso la scena al musicista Raffale Schiavo che ha suonato e cantato, in greco antico, l'ultima parte del dialogo fra Antigone e il padre Edipo, così come forse migliaia di anni fa lo avevano cantato nei teatri della classicità. Teatro pieno ma non gremito, pubblico soddisfatto.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 08 maggio 2017
Aggiornato il 16 maggio 2017 alle 11:55



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