mercoledì 23 agosto 2017

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Joe Schittino, il neoclassico, e la "felicità" di Caltagirone

Sugnu sicilianu

Il musicista e compositore siracusano, neo direttore dell'Istituto musicale Vinci della città calatina, nei giorni scorsi le ha donato l'oratorio “La felicità di Gela nella protezione del gloriosissimo apostolo San Giacomo”, dove Gela è l'antico nome della città: «Caltagirone vanta una produzione librettistica di drammi sacri del 700, vorrei un concorso per rivisitarli»


di Anna Rita Fontana

Personaggio eclettico, il musicista siracusano Joe Schittino, prolifico compositore emergente formatosi in Italia e all’estero, ci accoglie a Caltagirone divenuta da poco la sua città adottiva per avergli conferito la nomina di direttore dell’Istituto Musicale “Pietro Vinci”. Situata in pieno centro storico, vicino alla caratteristica Scala di Santa Maria del Monte, in via San Giovanni Bosco 132, la struttura è intitolata a un maestro del Cinquecento, tra i capostipiti della Scuola Polifonica siciliana, originario di Nicosia. In omaggio a una tradizione secolare della città calatina, Schittino ha composto un inno a Maria Santissima di Conadomini (copatrona del luogo) sul testo del canonico Salvatore Cremona, scritto nel 1912 e sprovvisto di partitura musicale. Inoltre il 22 luglio, in prima esecuzione assoluta, nella chiesa di San Giacomo (patrono di Caltagirone), è andato in scena con successo l’oratorio in 3 atti dal titolo “La felicità di Gela nella protezione del gloriosissimo apostolo San Giacomo” per quattro voci soliste e orchestra, diretto da Luigi Sferrazza, su musica di Joe Schittino e tre frammenti originali di Alfio Platania senior. L’esecuzione è avvenuta alla presenza del sindaco Gino Joppolo e di alcuni rappresentanti del Comune e della Curia. L’autore si dichiara soddisfatto in merito, specificando che Gela è un antico nome di Caltagirone e la partitura è dedicata a una nobildonna del luogo, ovvero la contessa Gravina Bartoli, che ha avuto la cortesia di mettergli a disposizione il pianoforte sul quale il maestro ha composto l’opera. Gli interpreti vocali sono il tenore Riccardo Palazzo, il baritono Giuseppe Garra e i soprani Manuela Infalletta e Iole Pinto.

Maestro, il suo entusiasmo per questa opera è palese. Da dove scaturisce il testo?
«Proviene dalla Biblioteca storica di Caltagirone, da un anonimo di metà ‘700 e consiste in un pastiche da diverse arie di Metastasio, su libretto del 1752. L’oratorio contiene tre frammenti della partitura originale del musicista Alfio Platania senior, maestro di cappella di Caltagirone».

Joe Schittino

Qual è il trattamento musicale di questi frammenti?
«Io ho voluto includerli nella partitura senza alcuna intenzione filologica che possa ricalcare gli stilemi di quel periodo storico. Ho conciliato diversi atteggiamenti: la citazione letterale di un frammento dall’inizio alla fine, il rimaneggiare un altro frammento e un’operazione di contemporaneità che si aggancia al passato».

Un esperimento interessante quindi che riflette la sua visione compositiva e il suo percorso, immagino.
«Infatti, dopo la mia formazione all’ Istituto Musicale Bellini di Catania con Luca Ballerini per il pianoforte e con Giovanni Ferrauto per la composizione, ho approfondito i miei studi all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma con Azio Corghi e Ivan Fedele, aprendomi in seguito a varie esperienze all’estero, come quella in Germania dal 2007 al 2013 col drammaturgo Klaus Rohleder, di cui ho musicato alcuni testi tra i quali un’opera lirica e un oratorio. Poi a Parigi nel 2011 ho avuto la comanda della Legion d’onore per la cantata annuale che si usa per il concerto presidenziale (mentre ero ospite del clarinettista siracusano Angelo Cavarra). Di recente ho collaborato con Carolina Eyck, la più famosa thereminista del mondo, che ha eseguito un mio concerto per theremin e orchestra da camera. Dall’esperienza europea a quella transoceanica negli Stati Uniti mi sono aperto a relazioni con musicisti di tutto il mondo, accogliendo stimoli e influenze stilistiche di vario genere che convergono nel mio ambito compositivo. Il mio stile è sempre costruttivo, diverso, mai dogmatico nell’affrontare qualsiasi tematica… persino ludico a volte, come quando a Lipsia nel più antico negozio di musica della città, ho suscitato l’umorismo del pubblico e dei concertisti, nell’esecuzione di una mia Sonata per flauto e pianoforte».

Gli esterni dell'Istituto musicale Vinci di Caltagirone

Come, definirebbe, quindi la sua musica?
«Certamente postmoderna, polistilistica o neoclassica, in quanto nelle mie partiture trovi materiale tonale, atonale, microtonale e qualunque suggestione anche dalla tradizione classica. Non ho pregiudizi nel ricostruire anche distruggendo in parte, ma tenendo conto del mio passato e inevitabilmente del mio presente perché sono figlio del mio tempo. L’opera lirica da me composta (La Neuberin JS 73, su libretto di Rohleder) è attuale, moderna, parla di una donna del Settecento tedesco, una drammaturga-compositrice immersa in un contesto ambientale di assoluta discriminazione della donna in quanto intellettuale. Io vivo il rapporto col mio tempo in modo dialogico, come nell’oratorio sulla felicità di Gela, senza mai rinnegare il passato, le mie origini. Pur non potendo negare una componente nostalgica, non mi rifugio mai in forme di imitazione pedissequa. E per analogia con la distruzione bellica di una stupenda città d’arte come Dresda che sta rinascendo da qualche decennio, ricostruisco anche ciò che è stato accantonato e maltrattato, senza risultare ostico al pubblico».

A proposito di passato, qual è la differenza tra i compositori di oggi e quelli della generazione che li ha preceduti?
«A metà degli anni ’50 del Novecento si è creata una frattura radicale col passato cercando di fare a meno delle proprie radici, con risultati visibili, in quanto la musica classica è stata allontanata dal pubblico che non ha più colto modelli riconoscibili. Ci sono forme basilari per la nostra comprensione, per me ad esempio è fondamentale poter ritrovare nella musica un sistema di segni o simboli che mi permettono di comunicare interagendo con la mia originalità creativa».

Mi sembra che il suo bagaglio di esperienze fuori campo sia stato una carta vincente nella recente nomina a direttore dell’Istituto Musicale “Pietro Vinci”. Che accoglienza ha avuto?
«Si, mi hanno scelto fra una griglia di tredici aspiranti, valutando soprattutto la mia formazione internazionale. Sono stato felicemente accolto dall’amministrazione comunale di Caltagirone che vuole valorizzare al meglio e far rivivere la tradizione del maestro di cappella del luogo, incaricato di scrivere le musiche per le solennità sacre. La città calatina è ben informata, curiosa di novità culturali e con l’intento di creare relazioni tra le forze locali e altre situazioni di ampio respiro. Una delle realtà del luogo, ad esempio, è il coro di voci bianche curato dal baritono Giuseppe Garra, attualmente docente a Ribera, e in veste ancora ufficiosa, vicedirettore del “Vinci”».

Come si struttura attualmente l’istituto musicale e quali sono i suoi progetti in merito?
«L’istituto, un ex convento dei padri crociferi, prevede dei corsi ordinamentali, intesi come corsi preaccademici suddivisi in due livelli di studio, al termine dei quali i ragazzi ottengono le certificazioni per accedere ai corsi di Alta Formazione Artistico Musicale dei Conservatori. Farò leva su alcuni punti di forza per favorire la crescita culturale della città: innanzitutto si attiveranno dei corsi specifici per amatori, senza alcun test di ammissione, per incoraggiare tutti coloro che amano la musica ma non l’hanno potuta studiare, o svolgono attività di altro genere; inoltre saranno incentivate le produzioni musicali per dare spazio ai giovani compositori. Caltagirone vanta una produzione librettistica di drammi sacri composti nel Settecento, si tratta di oratori dei quali non abbiamo una relativa partitura di musica. Quindi vorrei istituire in proposito un concorso di composizione internazionale per rivisitare questi testi. Da quest’anno ci si potrà iscrivere anche alla classe di organo e all’arte organaria, volute dall’amministrazione comunale, dato che la città conta un buon numero di organi storici, uno dei quali si trova nella chiesa di S. Giacomo».


In questo momento la sua lungimirante esperienza può essere illuminante per un giovane compositore, anche per l’approccio divergente al pensiero musicale, dovuto a stimoli extramusicali, come letteratura e pittura. Quali modelli ammira di più?
«Per me sono grandi esempi Azio Corghi e Fabrizio De Rossi Re, maestri di teatro musicale, da cui ho tratto un certo spirito di ricerca e di gioco con la storia, fatto anche di umorismo e pathos; Giovanni Ferrauto per l’alto rigore e lucidità di un vero professionista, e Claudio Saltarelli, librettista e drammaturgo, col quale ho in cantiere progetti ambiziosi. Non da meno due geni scomparsi prematuramente, quali Fausto Romitelli, friulano, e Federico Incardona, siciliano. Ispirato a suggestioni letterarie è ad esempio il cd “Visioni”, che comprende 18 canti per voce e pianoforte su liriche di Riccardo Palazzo e Cinq chansons su versi di Stéphane Mallarmé e Marcel Proust. Sono anche legato a Lina Maria Ugolini, grande scrittrice e drammaturga, autrice dei libretti e dei testi di molte mie opere di teatro musicale».

Alla luce di tutto questo, chi è l’artista?
«Da un certo punto di vista è colui che si fa carico di tutto ciò che lo circonda, di una comunità e delle sue tematiche o strutture che la riguardano, le filtra e le restituisce in modo veritiero e/o sublimato. L’artista è un diverso che assorbe molto, plasma, ricrea, ricorrendo alla tecnica per oggettivare quello che vede e sente; a volte comincia copiando quello che sceglie, come Salvador Dalì che si ispirò a Caravaggio. L’artista è anche colui che, attraverso l’arte annulla un po’ se stesso per dare voce con generosità alle emozioni degli altri».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 31 luglio 2017
Aggiornato il 15 agosto 2017 alle 00:10





Anna Rita Fontana

Ha compiuto studi umanistici al Liceo classico Cutelli di Catania e di indirizzo estetico-musicologico all’Università di Bologna, in Discipline della Musica. Ha conseguito il Diploma di Pianoforte all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, frequentando poi i corsi di interpretazione pianistica di Jorg Demus, di analisi musicale con Carlo Mosso e di canto gregoriano a Cremona con Nino Albarosa. Dal 2000 è docente di educazione musicale nelle scuole secondarie di primo grado. Giornalista pubblicista dal 1999, ha collaborato come critico musicale per diverse testate (Giornale di Sicilia, Prospettive, Globus magazine, Sicilia Journal). Oltre SicilyMag.it, attualmente collabora col notiziario on line di musica Bellininews, la rivista I Vespri e la rivista Laòs, notiziario culturale dell’Istituto teologico San Luca.


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