lunedì 29 maggio 2017

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Momenti di parole

Il rosso e il blu degli avi di Donna Daniela

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Chi non ha mai pensato, almeno una volta alla propria origine? Io credo che anche il più rivoluzionario, non foss’altro che per contestarlo e rinnegarlo, vorrebbe verificare la presenza di quei geni, che fanno tingere di blu il proprio sangue. Io un paio di anni fa, precorrendo i tempi dei falsi d’autore, mi inventai titolo, apposizione e ramo d’appartenenza diventando così Donna Daniela Robberto Calandra de Alvarez


di Daniela Robberto

Cecilia Altobrandi di Guttaferla, Francesca Ottavia Maria Aragonese, oppure Maria Consuelo Catar, vedova Gadualcanal, (il vedova fa tanto chic); il palazzo è importante ed i saloni smisurati, la luce di centinaia di candele illumina a giorno l’andirivieni operoso dei valletti che si affrettano silenziosi, nelle eleganti livree al servizio delle tavole riccamente imbandite. Le imposte in legno massiccio, altissime, come bocche spalancate sull’enorme terrazza dal colonnato greco, tentano di far penetrare all’interno, il debole alito del notturno grecale.

Si, siamo sicuramente in Sicilia e la licenza che il destino mi ha data di poter scrutare, non vista, in questa riunione conviviale, nell’estate dell’anno 1570, è quella di poter riconoscere qualche mio avo. Cerco negli atteggiamenti e nelle espressioni dei convenuti qualche indizio che possa far collegare le loro caratteristiche alle nostre, ma è difficile; d’altra parte la soffiata è sicura anche se un po’ vaga: qui potrai vedere qualcuno dei tuoi avi. Null’altro! Sarà di parte materna o paterna? Non lo so. Mi affaccio per poter dall’odore comprendere dove siamo; a volte mi sembra di ascoltare il rumoreggiare del mare e di percepire un non so che di salmastro nell’aria a volte mi sembra di captare gli odori della campagna coltivata ad ulivi; ma l’olfatto è sopito dalla sopravvenuta priorità degli altri sensi e dal maledetto vizio del fumo.

Ritorno dentro e ripercorro di nuovo le sale per scrutare i diversi capannelli degli invitati: nessun segnale, nulla che mi possa mettere sull’avviso: comincio a farmi prendere dal panico, non voglio sprecare questa opportunità: io, come al solito, mi sono prontata fra tutti, sicura di non fallire nella missione, che poteva fare mio fratello Mino o Saverio; intanto il tempo scorre ed io mi impantano in questi pensieri, non concentrandomi bene. Rinnovo il tragitto già fatto, non devo correre, ma è inutile. Non mi resta che abbandonare i saloni e procedere per le rimanenti parti del palazzo: i corridoi sono larghi e bui, l’illuminazione è scarsa e sulle pareti, deforma le ombre che fanno i miei passi timorosi.

Minacciosi si affacciano porte i cui anditi scuri lasciano presagire una miriade di passaggi e cunicoli insidiosi. Mi avvio, in nome della nobile missione e solo per non tornare sconfitta, a scendere giù per le scale e cercare nelle cucine, nelle stalle decisa anche a visionare le catapecchie che soffocano fra loro nella limitrofa campagna. Mi trovo improvvisamente nella cucina: questa è enorme come si addice ad un locale uso ad approvvigionare moltissimi pasti, e totalmente nera per tutta la fuliggine probabilmente mai raschiata via; a terra è unto e sporco ed agli angoli si accatastano ceste con residui di cibo e spazzatura; mi inoltro ancora e comincio a scorgere della luce ed a sentire delle voci.

Chi comanda è una donna. Il tono nei confronti delle sue collaboratrici è familiare ma nello stesso tempo perentorio e ricco di vocaboli robusti; “non si può perdere tempo” ammonisce, “i Signori non possono aspettare”; tutti si rivolgono a lei che veloce e sicura gestisce il servizio e controlla tutto; sono attratta in modo istintivo, e desidero guardarla in volto. Ella infatti mi dà le spalle ma capisco che non ha le braccia libere: infatti girandosi per lasciar passare un servitore mi accorgo che ella allatta al seno un bambino; forse ha anche sentito la mia presenza e girandosi… Ma sì, ho trovato: l’enorme e familiare seno scoperto è inequivocabile ed i tratti ora illuminati mi fanno ripensare a quelli della zia Maria; si, è precisa a lei, alla mia madrina; peccato che non mi possa vedere; mi soffermo a guardarla e penso che ella darà origine alla nostra parte paterna; certo non è nobile ma almeno lavorando in cucina né lei, né i suoi figli soffriranno la fame come è regola in questi tempi, e quindi sono contenta lo stesso; ma, un attimo, adesso che la cacciagione è stata inviata di sopra c’è un momento di quiete e voglio ascoltare cosa dice all’altra cuoca, forse anche sua confidente. Da come parla del marchese, comprendo che con questo ha grande confidenza, quasi una profonda intimità… Non mi occorre ascoltare di più, ora credo di sapere e velocemente ritorno agli anni miei.

Conclusioni. Chi non ha mai pensato, almeno una volta alla propria origine? Io credo che anche il più rivoluzionario, non foss’altro che per contestarlo e rinnegarlo, vorrebbe verificare la presenza di quei geni, non ancora identificati dalla scienza, che fanno tingere di blu il proprio sangue, risalire su su, lungo l’albero genealogico, nella segreta speranza di scoprire una inaspettata nobiltà. Normalmente i più si convincono e tentano di convincere gli altri di blasonìe fumose e poco collocabili, altri affidano a organizzazioni specifiche la ricerca, peraltro sempre fruttuosa, di certezze nobiliari che vengono tradotte e fissate in una mediocre carta pergamena a cui viene destinato un apparente defilato posto alla parete dell’appartamento. Io che ho sempre temuto il guardare con una certa attenzione alle mie terga genetiche, un paio di anni fa, precorrendo i tempi dei falsi d’autore, mi inventai titolo, apposizione e ramo d’appartenenza diventando così Donna Daniela Robberto Calandra de Alvarez.

La cosa ebbe un grande effetto soprattutto sulle mie figliole ed i loro compagnetti. Ricordo che il figlio di amici, fino a qualche tempo fa, prima che acquistasse piena autonomia di giudizio mi chiamava con ossequio, ed io lo lasciavo volentieri dire, Donna Daniela.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 17 aprile 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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