mercoledì 23 agosto 2017

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Momenti di parole

I figli e il principio di indeterminazione di Haisenberger

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Solo noi donne sappiamo: i figli, pur essendo parte di noi e nascendo dopo immani dolori, rimarranno sempre entità misteriose che amiamo al di là di ogni plausibile ragionevolezza ed assolviamo con la più cieca e tollerante indulgenza


di Daniela Robberto

Secondo Filomena Marturano "I figli, so tutti piezze 'e core". E’ tutto vero, però…! Ricordo che, alla prima mancanza sentii il cinguettio degli uccellini che segnalavano l’accedere ad un cambiamento profondo e radicale. Le viole profumate sbocciavano sulle verdi bordure dei ruscelli e le api, attratte dal succoso nettare, depositavano il polline trasportandolo di fiore in fiore e, così come stava capitando a me, l’amore schiudeva la stagione a nuova vita.

«Sarò mamma, sarò mamma …» pensavo accarezzando con cura quei piccoli indumenti adagiati con cura sul letto; gli stessi che qualche tempo dopo sarebbero stati oggetto di rigurgiti e i cocci di pastina avrebbero stampato per sempre, come su una candida sindone, la loro impronta al succo gastrico sulla stoffa sbiadita. Non avevo capito niente della maternità né tanto meno del parto che, all’epoca mia, si affrontava senza neanche una briciola di preparazione. Così per la prima figliola partii per il reparto di maternità del vicino ospedale dove un amico ginecologo che non ho mai più rivisto, mi avrebbe dovuto far partorire.

Fresca di parrucchiere, ben truccata e con un libro sottobraccio mi disposi ignara al travaglio… Al compagno di vita, artefice e collaboratore al minimo sindacale di tutta la vicenda, che profumato e sorridente cercava di confortarmi e mi si avvicinava chiedendomi amorevolmente come stessi, io bisbigliavo qualcosa che lui ovviamente evitava di ripetere agli altri al mio capezzale riuniti. “E’ stanca, vuole riposare”, riferiva di me che in realtà ripetevo come un disco rotto: «Minchia che dolore!». Nel delirio che di solito mi accompagna nelle situazioni di sofferenza in cui subisco uno sdoppiamento di personalità in modo da poter distribuire a queste equa afflizione e patirne minori effetti, quella volta, vuoi per la sorpresa, vuoi per l’evento che ascrivendosi alla natura non trova argine alla violenza, m’identificai nell’Invincibile Armada Spagnola. Io, flotta corposa con più di duecento navi da guerra e pesanti pezzi d’artiglieria, subivo gli attacchi della potenza avversa che, con a capo il fascinoso sir Francis Drake determinarono dopo una battaglia cruenta, micidiale, fatta di sangue ed acque smosse, la nascita del primato navale inglese e quella di mia figlia Claudia.

La Invincibile Armata in guerra con gli inglesi di Sir Francis Drake

Distrutta psicologicamente e dolente in ogni più piccolo distretto del corpo, cercavo legittimazione biologica nella perpetuazione delle specie e nel fatto che se siamo nove miliardi di individui e la strada della nascita è sempre quella, una buona ragione ci deve pur essere. Ciò non mi vietava d’immaginare un’alternativa alla tecnica assolutamente brutale della procreazione umana come ad esempio il rito biologico della fecondazione esterna. Questa, leggiadra assicura ai rospi (che forse proprio per questo diventano poi principi azzurri) il successo della loro continuità genetica in modo indolore depositando ognuno il proprio partecipare nelle acque placide di uno stagno tiepido dal sentire vagamente giapponese, all’ombra di ninfee verdi come quelle di Monet.

Ninfee di Claude Monet, 1920-26, Musee del l'Orangerie, Parigi

Dopo il tempo necessario per riavermi dall’animalesca avventura, lasciai il nosocomio con i capelli scarmigliati, le tracce di un trucco sbavato, la scomparsa prematura del libro di Ed Mc Bain, autore da sempre amato e abbandonato negli sporchi locali di un reparto di ostetricia e soprattutto con mia figlia Claudia in braccio che già da allora scrutavo con celato sospetto. Iniziava per me una avventura ricca d’incognite, un safari insidioso sfornita di qualunque arma di difesa ma con la consapevolezza di dovermi addentrare nel folto della boscaglia della maternità armata solo di un ingenuo ma vigoroso buonsenso. Cominciai ad avere paura delle mie figlie sin dai loro primi mesi di vita e da allora non mi sono mai più ripresa. Ricordo con vivo terrore quando mia figlia Claudia svegliandosi la mattina mi fissava con i suoi grandi occhi scuri e mi ululava: “latte, voio latte!!". Poi, dopo averlo trangugiato, usciva un nervoso braccino dalle sbarre del lettino ed aprendo la manina buttava a terra i biberon, i primi in vetro, gli altri più saggiamente convertiti in meno igienica ma più infrangibile plastica; oppure quando il rotondo faccino della piccola Chiara accendendosi di rabbia riuscì, attingendo al suo ancora limitato vocabolario, a mettere assieme le prime parole di senso compiuto al mio indirizzo: “tu sei, tu sei …. cacca di verme!” ma nulla era al confronto di quando entrando nella loro stanza mi trovavo inghiottita ed avviluppata in un caos primordiale; e poi Omero, le declinazioni, la razionalizzazione dei radicali, la traduzione da quattro meno meno, le equazioni e i loro discriminanti e ed i primi, i secondi e i terzi amori, tutti eterni e tutti evanescenti.

Sorridenti con gli altri, sempre nervose con me, riempivano la cesta di biancheria da lavare tra cui annoverano pezzi intimi di non più di due grammi di merletto e fiocchi che io lavavo e stendevo vergognosa dei vicini; erano gli stessi attrezzi da lavoro che se io avessi all’epoca mia, introdotto come lingerie personale nella casa avita, avrebbero determinato il ripudio come figlia o forse, in pubblica espiazione, anche la lapidazione all’angolo della via Abruzzi con la via Sardegna, come femmina dedita al malaffare. Ho imparato così ad assentire davanti alla pretesa di comodità ed a stenderle arrotolandole di nascosto ad una molletta da bucato. Anche adesso che sono adulte continuo a nutrire sentimenti cauti e mi quartìo con l’applicare sempre protocolli da confronto tra superpotenze e manovre degne della più raffinata arte diplomatica. Penso che al riguardo della prole, più che alla meccanica quantistica valga il principio di indeterminazione di Haisenberger. Questo esprime l’impossibilità di determinare in modo corretto e contemporaneo lo stato di una particella elementare in osservazione interferendo con il nostro raggio di luce, la nostra energia sulla sua posizione, velocità, comportamento. Ecco perché i figli, pur essendo parte di noi, rimarranno sempre entità misteriose che amiamo al di là di ogni plausibile ragionevolezza ed assolviamo con la più cieca e tollerante indulgenza.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 14 luglio 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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