domenica 23 aprile 2017

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Giuseppina Radice: «Lo studio dell’arte è una cura contro il razzismo»

Arte

"Alchimisti di oggi per un futuro fatto a mano” è una sorta di autobiografia, sia intellettuale sia del quotidiano, della ex insegnante di Storia dell'arte contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Catania, un libro nel quale è in continuo confronto con l'altro: «Non esiste un arte vera perché parla a tutti, l'arte è cultura e richiede tempo per essere compresa»


di Salvo Fallica

Dopo una vita dedicata ad insegnare Storia dell'arte contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Catania ed a scrivere libri e saggi in tale ambito, Giuseppina Radice ha deciso di elaborare un libro sui generis, “Alchimisti di oggi per un futuro fatto a mano”, Fausto Lupetti editore, un “alfabeto” che mette assieme le sue esperienze intellettuali, artistiche ed esistenziali. Attraverso l'attuazione di questo genere letterario, e ricalcando il modello dei “pensieri” elaborati in maniera non sistematica ha costruito un'autobiografia intellettuale e della vita quotidiana al contempo.

In maniera diacronica ed intrisa di illuminazioni ha dato anima scritturale alla sua “esistenza interiore ed esteriore”, ha raccontato il proprio metodo e le proprie idee. Eppure questa interpretazione è incompleta se non si aggiunge che l'autrice ha in realtà compiuto una continua apertura verso l'altro. Non è la storia di un io, non è una storia solipsistica, è invece un libro nel quale è in continuo confronto con l'altro, sia gli altri esseri umani che le loro opere e pensieri. E vi è anche un confronto continuo con la natura, vista non come luogo del determinismo meccanicistico ma come dimensione della vita in continua trasformazione. La Radice che mostra di conoscere bene le recenti evoluzioni della scienza biologica, della fisica, della chimica, della filosofia della scienza, non ha una visione semplicemente romantica della natura, ma la coglie anche nella sua dimensione materiale creativa e trasformativa.

Giuseppina Radice

Vi intravede anche una libertà dovuta alla imprevedibilità delle combinazioni delle microparticelle, si pensi alla fisica quantistica. E dato che l'arte è diventata la sua vita, quale è stata l'ispirazione, il flusso vitale della coscienza, che l'ha portata alla scrittura del libro?
«Dalla A alla Zeta ho individuato alcune parole chiave dettate forse dal flusso vitale della coscienza sulle quali ragionare per capire, verificare e raccontare i miei pensieri, il senso della vita, il senso che ho cercato di dare alla mia vita e il mio ottimismo ad oltranza da contrapporre all’indiscriminato quanto generico senso di malessere nei confronti della nostra epoca. Io penso che le menti creative non possano né debbano lasciarsi sedurre da uno sterile e frustrante disfattismo etico e culturale. L’ho definito “abecedarte … un po’ per celia un po’ per non morir” e ho voluto dedicarlo a chi ha fede nella speranza quasi a voler creare una rete di nuova fiducia nel lavoro, nell’onestà, nella cultura».

Chi fa lo storico dell'arte vive e si confronta con la dimensione della creazione artistica sul piano dei processi storici ma studia anche le singole opere, le fasi di elaborazione, la genesi, le evoluzioni. Qual è la sua visione della storia? Come ha caratterizzato il suo rapporto con l'arte?
«Le sue domande sono complesse ed incalzanti perché toccano numerose problematiche dell’arte. Cerco di sintetizzare. Considero più che legittima l’elaborazione di uno stile, qualsiasi stile, che non è un fatto estetico esteriore ma una ricerca che impegna tutta una vita. È scegliere di crescere. Nei decenni che ho dedicato allo studio dell’arte ho compreso una ovvietà che mi ha aperto un mondo: l’artista è uomo e non mito, il mito non ha bisogno di crescere, è già tutto lì: mito. Per questo è diverso, come ogni uomo è diverso, e cerca la forma più adatta che rappresenta la sua risposta ai fatti ingarbugliati della vita ordinaria. Penso che compito dello storico sia registrare, senza irrigidimenti ideologici e/o concettuali, la poetica dell’artista e, poi, passare il testimone a chi giudicherà da una prospettiva possibile e… col senno di poi. Io penso che la contemporaneità vada vissuta non giudicata. L’ardua sentenza è lavoro per posteri!”».

Il libro di Giuseppina Radice

La sua opera è intrisa di filosofia, sia sul piano dell'analisi della storia del pensiero sia sul piano della conoscenza delle singole opere dei filosofi. Quanto questi studi hanno inciso sulla sua formazione culturale ed esistenziale?
«Ho raccontato la mia formazione che non è stata facile - l’ho definita anzi una ri-formazione - in un saggio significativamente intitolato “La storia dell’arte e il tiro con l’arco”. Forse proprio l’approccio trasversale - storia, filosofia, letteratura e anche musica - mi ha aiutato a recuperare un pensiero che era rimasto schiacciato da formule-etichette-certezze, esercizi pedanti di classificazioni logiche ed erudite che vanno accettate per fede o per le quali si pretende un arrendevole consenso».

L'arte è anche filosofia? L'arte è filosofia nel riuscire a comprendere l'essenza delle cose e rappresentarle nella dimensione figurativa?
«Ben venga il connubio arte-filosofia. Vorrei rispondere a questa domanda con una mia esperienza. Spiegavo Giotto ai miei studenti e analizzando il Compianto del Cristo Morto della Cappella Scrovegni sottolineavo che la linea della roccia precipita inesorabilmente verso sinistra dove è collocato Gesù uomo morto. Ma proprio da quest’angolo di morte la stessa linea è come rilanciata verso destra rivestendosi di un significato simbolico di speranza e di resurrezione. Per esemplificare questo altissimo concetto ho fatto un gesto con la mano che mi ha fatto pensare alla carambola: Giotto cala il divino - la prima bilia - nell’umano ma attraverso la sintesi e la potenza del suo racconto - le due bilie rimanenti - rende ogni episodio parabola estraendolo dalla temporalità per proiettarlo verso un significato eterno. La carambola è, per me, metafora di un nuovo respiro etico».

Il Compianto su Cristo Morto di Giotto

Lei è approdata allo studio della storia dell'arte provenendo dalla laurea in Lettere. Quanto e come questo substrato notevole ha influenzato la sua visione dell'arte e la sua visione della vita e del mondo?
«Una Laurea in Lettere dopo il liceo classico! Substrato notevole, indubbiamente, irrinunciabile e a volte dolorosamente formativo. Amavo anche il Latino di cui comprendevo la logica e il senso e avrei voluto insegnarlo. Devo confessare, con uno sguardo niente affatto nostalgico, che nella mia vita non ho avuto, ma ho tanto cercato e fortemente desiderato un maestro dal quale dovermi poi emancipare. Le mie domande rimanevano senza risposte, sguardi troppo alti che non riuscivano ad abbassarsi per una comunicazione; parole alate senza peso o piccole, banali e incapaci di fare volare. Così va la vita! I miei riferimenti sono diventati quindi i grandi autori ai quali ho voluto rendere un omaggio devoto: “I grandi sanno veramente insegnare. Sono vitali, generosi come raggi di sole inaspettati che non trafiggono ma illuminano piccole comprensioni nel farsi della vita: ti invitano, stuzzicano la tua mente, tracciano per te percorsi… ti fanno comprendere che si può comunicare in autenticità superando la tentazione di una sterile rivendicazione soggettiva e aprendosi al dialogo. Anche con l’opera d’arte”. Lo studio appassionato, mi piace definirlo anche accanito, mi ha fatto entrare trasversalmente nel mondo della cultura dalla quale mi sentivo esclusa e mi ha fatto, poco a poco, recuperare un mio, forse viscerale, antiaccademismo. L’arte è mondo, l’arte è altro. Anche per questo mi piace dichiarare che lo studio dell’arte è una cura contro il razzismo».

Lei ha una visione non meramente contemporaneista della storia dell'arte, spazia dal Medioevo al Rinascimento, al postmoderno. Qual è la sua chiave di lettura? Perché alcuni studiosi hanno creato una rottura storica con il passato?
«Ecco perché mi piace il ruolo di storico. Il confronto con altre contemporaneità mi aiuta a comprendere la nostra e mi conforta nella convinzione della inutilità di giudizi di merito. Il problema non è determinare il valore del pensiero né delle forme che lo concretizzano. Giorgio Vasari non apprezzava l’arte senza alcuna regola né proporzione di Jacopo Pontormo che non si lasciava condizionare dal potere del giudizio artistico né da quello politico-religioso. Proprio in ciò che Vasari rimprovera a Pontormo si può individuare più di una verità dell’arte. Malgrado sia radicata nell’immaginario collettivo l’idea che gli artisti del passato fossero bravi e obbedienti, anzi obbedienti e quindi più bravi, in realtà il vero artista è incurante dell’opinione corrente quando cerca soluzioni tecniche a problemi concettuali. La risposta di Giotto nel 1300 era l’umanizzazione del divino per superare l’immobile simbolismo bizantino; la risposta di Marcel Duchamp nel 1900 era una Anti arte tanto provocatoria quanto insospettabilmente etica».

Il Pontormo in un'illustrazione dalle Vite di Vasari

Qual è la sua concezione dell'arte? L'arte può essere definita?
«La mia è una concezione del tutto laica dell’arte: non santifico né demonizzo. La considero produzione di artisti-uomini. Se nella storia degli stili ogni classificazione deve violentare l’eccezione, quasi a chiuderla fra parentesi, in realtà ogni artista è sempre un caso singolo. Preferisco lasciare che le etichette definiscano l’anno di produzione dei vini pregiati».

Eppure delle categorie interpretative esistono, ed in fondo le definizioni logiche saranno anche simboli interpretativi astratti creati dal pensiero delle persone in carne ed ossa, ma sono molto utili per orientarsi nella conoscenza delle opere, dei meccanismi della creazione, delle cose della vita quotidiana?
«Dipende dal tipo di approccio - emozionale, razionale, professionale, mercantile - che ognuno di noi sceglie di avere con la cultura o, nel caso specifico, con l’opera d’arte. Non è facile il discorso sull’arte. Non può e non deve esserlo. Pongo a lei una domanda tanto retorica quanto inutile: perché l’arte, a differenza di altre discipline, si dovrebbe comprendere senza alcuna fatica? Purtroppo una serie di luoghi comuni ha ancora una tenuta difficile da smontare: “La vera arte parla a tutti… gli artisti del passato sapevano dipingere e tutti comprendevano!”. Queste deduzioni logiche (all’apparenza) ma errate derivano da una tenace idea reverenziale che si applica soltanto all’arte classica. Devo specificare che il termine arte classica spesso viene erroneamente esteso a tutta l’arte all’apparenza più leggibile. L’arte è cultura e la cultura richiede tempo».

Una celebre opera di street art di Bansky

Giuseppina RadiceQual è il rapporto arte-vita? Può dirsi che anche l'opera più astratta è in realtà profondamente legata al contesto storico durante il quale è stata prodotta? Anche quando è in totale contrapposizione con la realtà? Potremmo dire che come nella dialettica hegeliana gli opposti sono in realtà connessi?
«È proprio il rapporto arte/vita che a me piace indagare e sottolineare. Allontanando da me anche solo l’idea di un ingenuo proiezionismo storico, non posso fare a meno di individuare percorsi simili in artisti di un passato più o meno recente che hanno concretizzato in forme il loro pensiero ora in armonia ora in totale e irriducibile opposizione. In ogni contemporaneità avviene che non si comprenda. Con i miei studenti, nel corso delle nostre lezioni, ci siamo a lungo confrontati sul senso della Storia dell’arte che non è certo uno sterile nozionismo ma la possibilità di entrare - in punta di piedi, mi raccomando! – nel mondo più privato in cui ogni artista ci invita ad entrare. Ho imparato presto, e ne sono ancora personalmente convinta, che attraverso l’arte si possa insegnare la vita spiegando - per far comprendere a chi ti ascolta - che ogni artista cerca dentro di sé il suo pensiero e deve avere il coraggio di tirarlo fuori nella forma più adeguata. Nell’arte non esistono assoluti e le categorie estetiche sono presenti in tutte le epoche ma vanno chiarite e verificate di volta in volta nel loro reale senso che non deve essere confuso con il gusto personale. Realismo/astrattismo non sono in contrapposizione: sono soltanto due metodologie espressive che nel corso dei secoli si sono avvicendate. Per rimanere alla dialettica hegeliana la sintesi è l’opera: concretizzazione di un pensiero che al suo interno ha risolto tesi e antitesi».

L'arte, il tempo, la vita. Qual è il suo concetto di tempo?
«Il tempo è incomprensibile, divoratore ma affascinante e seduttore. Mi sono chiesta, come sedurlo? Con un’ attesa fatta di vita, di progetto, di confronto, di speranza e di lavoro. E di rispetto. La nostra vita sembra sempre più destinata a virtualizzarsi. È il nostro tempo. Prendere o lasciare. Per me che credo nella speranza è indispensabile, anche se non facile, recuperare la capacità di vivere nuovamente il tempo reale dichiarato nelle sue componenti essenziali: attimi. Attimi che hanno una tenace memoria di ciò che è passato e che si nutrono di una fedele anche se dubbiosa attesa di ciò che è a(v)venire. Attimi senza gerarchia da vivere senza nostalgia, da godere e toccare con mano, con mente e con cuore. Consapevoli. E poi la vita impura, imperfetta, a volte dolorosa. Ma vita».

Charlie don't surf di Maurizio Cattelan, Castello di Rivoli

L'arte contemporanea accanto a grandi capolavori ha anche prodotto un forte disorientamento nel pubblico, al punto che a volte invece di smuovere le coscienze le ha allontanate dalla produzione artistica apparsa in diversi casi vuota ed incomprensibile. D'accordo che tutto può essere arte e che è legata alla creatività del soggetto ma non crede che vi sia chi ha giocato su questa inevitabile ambiguità producendo mode che non riescono a comunicare idee ed emozioni intense?
«Devo dirle in tutta sincerità che questo è un falso problema. Sintetizzo drasticamente, sono proprio i capolavori che producono un disorientamento nel pubblico. E questo in tutti i tempi: in primis, il bluff, si chiama disonestà mentale, esiste in ogni campo della vita ma il tempo lo svela; secondo, spesso non comunicare emozioni è una scelta dell’artista; terzo, l’ambiguità nella cultura non è disvalore ma ricchezza di significati. Per comprendere consiglio l’umiltà di una domanda: chissà perché l’ha fatto?. Si potrebbe scoprire un bluff ma spesso ciò che sembra incomprensibile è ricco di significati diversi e non necessariamente emozionali».

Non vi è dubbio che le grandi lezioni dell'impressionismo e del post-impressionismo abbiano cambiato la storia dell'arte. Secondo alcuni autorevoli critici hanno anche anticipato diverse forme d'avanguardia. Qual è la sua opinione in merito?
«E' così. Più che un’opinione è l’applicazione del mio metodo “San Tommaso”: verificato e verificabile. Anche se è difficile pensarli come rivoluzionari, gli artisti dell’Ottocento hanno avviato le ulteriori conquiste delle avanguardie storiche che hanno rappresentato una svolta radicale esprimendo in forme nuove contenuti nuovi. Parlando una lingua che rispecchiasse esigenze diverse rispetto ai secoli precedenti. È una storia complessa e faticosa ma affascinante e legittima che ha caratterizzato in realtà tutto il secolo. È compito dello storico spiegarne le concatenazioni. Dato lo spazio limitato di una intervista debbo optare per la sintesi che le ho appena esposto. Ma il tema merita di essere approfondito in sede di analisi specialistica».

Nel libro traspare il suo forte rapporto di dialogo con i suoi allievi che Lei coltiva anche dopo esser andata in pensione dall'Accademia. Lei tiene anche dei corsi all'Università di Catania. Cos'è per Lei l'insegnamento?
«Una responsabilità morale. È lavorare molto sperimentando una metodologia di comunicazione adeguata a trasmettere le conoscenze e, nello stesso tempo, comprendere, valorizzare e potenziare le capacità personali di ogni studente».

Qual è la sua concezione metaforica dell'alchimia e chi sono gli “alchimisti” di oggi?
«L’alchimia è metafora della vita. Opus è fatica e anche ascesi, parola oggi quantomeno sospetta da relegare alla sfera dei santi, dei martiri anzi. Non ci riguarda. In realta askesis non è connotata soltanto in senso religioso o morale. In maniera del tutto laica significa applicazione metodica, esercizio ripetuto, sforzo per acquisire una competenza specifica. Condotta con intelligenza, quindi, non è disumanizzante, ma aiuta l’uomo che vuole fare della propria vita un’opera d’arte. L’ascesi oggi come necessità umana per crescere interiormente e non solo anagraficamente e per proiettare in una dimensione alta quei valori umani e morali ai quali molti di noi, uomini e donne del 2000, si rifiutano di rinunciare... Non è facile ma è da qui che si deve ripartire».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 16 aprile 2017
Aggiornato il 17 aprile 2017 alle 11:37





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