martedì 25 aprile 2017

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Gaetano Savatteri: «Gattopardo addio, la Sicilia oggi sa cambiare»

Libri e fumetti

Il giornalista e scrittore in "Non c'è più la Sicilia di una volta" (Laterza) ha trovato la forza e la necessità di superare tutti gli stereotipi nel racconto dell'Isola delle sue radici: «Lo spartiacque le stragi mafiose del 1992. C'è anche una Sicilia che produce innovazione». E il tradizionale immobilismo? «Solo per i politici siamo dei e non possiamo migliorare»


di Salvo Fallica

Sta facendo discutere parecchio il nuovo libro di Gaetano Savatteri, “Non c'è più la Sicilia di una volta”, edito da Laterza. Che non è affatto un saggio nostalgico ma un testo che decostruisce stereotipi e luoghi comuni sull'Isola. La cosa particolare è che il giornalista-scrittore Savatteri procede ad una decostruzione critica che affronta una vasta branca dei saperi e del costume sociale, dalla letteratura alle abitudini, dalla filosofia all'antropologia, dalla storia alle tradizioni, dai modi di pensare al turismo, alla vita quotidiana. Si potrebbe definire una operazione multidisciplinare. Chi conosce davvero la sua precedente opera letteraria (si pensi in particolare all'ultimo romanzo) “La fabbrica delle stelle” (pubblicato da Sellerio) e quella saggistica, sa che non è un atteggiamento nuovo. Anche sul piano della sua professione giornalistica ha da tempo lavorato in questa direzione. Ma l'aver costruito un intero libro su questa metodologia critica produce sicuramente un effetto notevole. E non a caso il libro ha fatto nascere un dibattito.

Cosa ti ha spinto a compiere questa operazione culturale? E il completamento di un percorso o l'inizio di una nuova fase di analisi saggistica?
«La prima molla è stata l’insofferenza. Non ne potevo più di sentire dire e di leggere, ancora oggi, di fronte a molte cose che succedono in Sicilia le solite vecchie definizioni di 'pirandellismo', 'gattopardismo', 'sciasciano' e così via. La casa editrice Laterza mi aveva chiesto un libro sulla Sicilia, un viaggio letterario, una specie di seguito del mio 'I siciliani' che risaliva al 2005. Mi sono chiesto a lungo se ne avevo voglia, se volevo di nuovo raccontare la Sicilia partendo dal canone classico, dalle grandi verità consegnate in grandi libri. Poi ho detto: ma è questa la Sicilia che io vivo? E mi sono accorto che nessuno di noi incontra sotto casa il principe di Salina, gli Uzeda o Angelica. Nessuno di noi vede più contadini affamati, mafiosi con la coppola o baroni con l’abito di lino bianco. Oggi c’è una Sicilia diversa, forse terribile, forse disperata, ma non è più quella di una volta. Spero che questo libro serva un po’ a tutti, a me per primo, a uscire dalla prigione del passato a ogni costo».

Il titolo del libro gioca con l'aspetto nostalgico ma in realtà è un ribaltamento culturale, filosofico ed antropologico di una intera tradizione. A mio giudizio per comprendere appieno le radici del tuo testo occorre partire dall'analisi storiografica che lentamente nel corso degli ultimi lustri ha portato ad un cambiamento di paradigma, di modello interpretativo. Mi riferisco agli storici (molti di loro pubblicati da Donzelli) che hanno mostrato la debolezza della vecchia questione meridionale. Il più autorevole di loro è il siciliano Salvatore Lupo, uno dei più grandi storici italiani viventi. Lo citi nell'introduzione del tuo libro. Quanto ha inciso sulla tua formazione culturale ed interpretativa?
«Hai ragione quando citi la scuola storica di Salvatore Lupo, di Rosario Mangiameli e di molti nuovi giovani storici che hanno un approccio diverso sulle cose della Sicilia. Leggendo i loro libri mi sono reso conto che la società siciliana non è mai stata immobile, nemmeno ai tempi del feudo, del latifondo, del fascismo, delle zolfare. Qualcosa nella società si muoveva sempre: interessi, passioni, conflitti. La scala sociale si muoveva, magari più lentamente che altrove, ma si muoveva. Invece per molto tempo è stata descritta una Sicilia immobile, con strappi repentini nei grandi passaggi storici come l’unità d’Italia o lo sbarco alleato nel 1943 e poi di nuovo tutto fermo. Mi sono chiesto: se la nuova storiografia sta dimostrando che la Sicilia è sempre stata in movimento, perché continuiamo a descriverla e a pensarla come un’isola immota?».

Oltre a quelli già fatti nel nostro dialogo puoi fare una serie di esempi di stereotipi che rendono la Sicilia prigioniera di false rappresentazioni?
«In Sicilia ci sono più stereotipi che fichidindia. Negli anni Cinquanta c’era un fotografo siciliano che lavorava per i giornali del nord. Quando fotografava un morto ammazzato, dalle redazioni di Milano e Roma gli dicevano: ma non si capisce che è un omicidio in Sicilia. Allora il fotografo decise di tenere in auto una bella pala di fichidindia. Ogni volta che c’era un cadavere, prendeva il ficodindia, lo piazzava accanto al morto e scattava. E i giornali del nord erano contenti perché finalmente si capiva che era un morto veramente ammazzato in Sicilia. Come quella pala di ficodindia sono le vedove vestite di nero, i nobili siciliani, i marescialli sudati, la tragicità della vita, le processioni religiose fotografate mille volte, quasi che in Sicilia non si faccia altro che mangiare granite, vestirsi di lino bianco e partecipare a processioni».

La Vucciria di Renato Guttuso

Oltre quelli letterari, come nasce uno stereotipo?
«Spesso viene reso potente da un libro, da un film, da una foto, da un quadro. Pensa alla Vucciria di Renato Guttuso, un lavoro meraviglioso che viene usato per rappresentare la Sicilia, i suoi colori, i suoi gusti, la sua umanità. Eppure quella Vucciria non esiste più da vent’anni: ormai la piazzetta del Garraffello è abitata solo di notte da torme di ragazzi che agitano la movida bevendo birra, ascoltando musica e facendosi qualche canna. Se tornasse Guttuso forse dipingerebbe la Vucciria di notte».

E' vero che diversi luoghi comuni sulla Sicilia sono stati smontati ma parecchi stereotipi resistono. Del resto non sempre è facile decostruire i luoghi comuni, poiché affondano le loro radici in un senso comune che parte dal verosimile. In fondo l'era della post-verità è sempre esistita, chi mixa falsità a pezzi di verità e li pone in una ottica verosimile è sempre esistito. Adesso vi è chi la propone come paradigma interpretativo universale. Non è anche questo è un luogo comune?
«Ti dico di più. E’probabile che ai vecchi stereotipi se ne stiano sovrapponendo altri. Faccio un esempio: mia nonna portava lo scialle nero e per me era l’immagine di una Sicilia antichissima. A un certo punto scialli e vestiti neri, come quelli che portava mia nonna, furono indossati da Marpessa, una bellissima modella, per la prima campagna di Dolce & Gabbana. Lo scialle di mia nonna cambiava significato. Era un post-verità? Non lo so. Ma lo scialle nero da cosa antichissima e superata diventava moderna e di tendenza. Se fotografavi un carretto negli anni Sessanta raccontavi una Sicilia di miseria e arretratezza che stava scomparendo, se lo fotografi adesso stai assistendo a una sfilata folkloristica di gente disposta a spendere una fortuna per avere un carretto tirato a lucido. Il carretto è sempre lo stesso, ma il mondo attorno è diverso».

Gaetano Savatteri

Il luogo comune che più ha afflitto ed affligge il Sud è quello dell'immobilismo. Come se potesse esistere nella storia l'immobilismo. La storia è continuo cambiamento, in meglio od in peggio, ma è mutamento. La storiografia francese delle “Annales” ha mostrato come nel lungo periodo mutano anche i luoghi geografici. Eppure l'immobilismo è uno dei luoghi comuni più forti. Perché secondo te?
«Credo che faccia comodo a tutti. Fa comodo alla classe dirigente siciliana che giustifica così le proprie inefficienze: siccome tutto cambia perché nulla cambi, allora tanto vale non cambiare niente. Serve agli intellettuali pigri, giornalisti, critici, scrittori che possono rimestare in un baule pieno di immagini e oggetti che fanno sempre il loro effetto, come quelli che sanno a memoria mille barzellette. Fa comodo a tutti, siciliani e non siciliani, perché se un posto non cambia mai allora non servono strumenti nuovi per capirlo, non bisogna sfidare il presente, ma affidarsi alla saggezza dei grandi scrittori del passato. E’ un po’ come per i proverbi: ce n’è sempre uno che spiega ogni cosa».

Applicato alla Sicilia il luogo comune dell'immobilismo ha causato molti fraintendimenti. Una civiltà plurimillenaria soggetta a continue trasformazioni, con continui mutamenti di civiltà, di popoli, di dominazioni. Come è potuto nascere questo stereotipo?
«Forse per la fatica di avere affrontato tutto e troppo nel passato. Siccome abbiamo vissuto quattromila anni di invasioni, a un certo punto abbiamo detto: basta, siamo stanchi, meglio fermarsi qui. Tieni conto, poi, che questa retorica dell’immobilismo della Sicilia è abbastanza recente, radicata tutta nel Novecento e, grazie alla fama e alla grandezza degli autori che l’hanno raccontata, è finita per diventare un canone indiscutibile. Anzi, l’alibi che giustifica tutto il peggio della Sicilia».

Vi è il luogo comune della Sicilia come un tutt'uno. Ma l'Isola è uno dei luoghi con più differenze fra aree geografiche, fra le diverse aree provinciali vi sono difformità notevoli. Vi sono zone più avanzate, altre meno. All'interno della stessa area urbana, si pensi a Catania, vi sono le industrie tecnologiche del polo della microelettronica e della farmaceutica all'avanguardia che competono a livello internazionale e vi sono zone periferiche molto povere e con gravi disagi. Il paradosso, lo dico per esperienza giornalistica diretta sulla grande carta stampata e sui siti internet, è che il messaggio di cambiamento passa più forte fuori dalla Sicilia che nei confini regionali o nel Sud. Qual è la tua opinione?
«L’inganno sta tutto nel fatto che la Sicilia è un’isola. Ma è un’isola anomala, e lo diceva bene Gesualdo Bufalino quando parlava di cento Sicilie. Anche la Gran Bretagna è un’isola, ma nessuno può dire che uno scozzese e un inglese siano la stessa cosa, o che Bristol ed Edimburgo siano simili. Chi viene in Sicilia coglie le grandi differenze da zona e zona. E i cambiamenti. Spesso queste modificazioni sono avvertite soprattutto fuori dalla Sicilia, ma dentro una specie di meccanismo di stupore. Mi spiego meglio. Se tu racconti su un giornale nazionale che vicino a Catania c’è un’importante azienda farmaceutica all’avanguardia, quell’articolo ha un sottotesto non scritto. Il tuo caporedattore che lo pubblica e i lettori che lo leggono è come se dicessero: avete visto, in Sicilia non ci sono solo fabbriche di marranzani, ma perfino un’azienda farmaceutica. All’avanguardia, per giunta. Per questo il cambiamento in Sicilia fa ancora notizia. Notizie che spesso finiscono nelle pagine di costume e società, piuttosto che in quelle di economia».

Laboratori dell'industria farmaceutica Sifi ad Aci Sant'Antonio

Nel tuo libro vi sono anche pagine importanti sui vini, sul successo di questo settore e le ricadute di immagine positiva sull'Isola. Puoi raccontare sinteticamente la tua analisi ai nostri lettori.
«Oggi molti dicono, ed è vero, che in Sicilia si beve buon vino. Io tento di spiegare che questa verità non è molto antica. Un ventenne può credere che la Sicilia abbia prodotto sempre ottimi vini, ma noi che siamo più vecchi ricordiamo bene quando in Sicilia circolava il vino del contadino che non era né vino né aceto. In realtà, il vino siciliano, soprattutto il Nero D’Avola, viene creato nel 1992 da un grande enologo piemontese come Giacomo Tachis. Questa cosa ha dato vita a un’industria, ma anche a quella che gli studiosi definiscono l’'invenzione della tradizione'. L’antica tradizione del vino in Sicilia ha solo venticinque anni di vita».

Un discorso a parte merita il grande contributo al cambiamento dell'immagine della Sicilia dato dalla opera narrativa di Andrea Camilleri e dalla conseguente transcodificazione in versione fiction dei suoi romanzi su Montalbano. Nel tuo libro ne racconti la genesi, l'evoluzione. Puoi delineare questi passaggi?
«Con il suo primo romanzo sul commissario Montalbano, uscito nel 1993, Andrea Camilleri “sdogana” la Sicilia – dopo un lungo periodo dominato dall’inevitabile ossessione della mafia – come una terra letteraria in cui è possibile ambientare un giallo 'normale', con un delitto di carta non deciso dalla mafia e con un commissario siciliano che scopre i colpevoli e li assicura alla giustizia. Sembra concludersi il tempo dei poliziotti e dei carabinieri venuti dal nord, come il capitano Bellodi del 'Giorno della civetta', che individuavano i responsabili ma non potevano assicurarli alla giustizia, perché il sistema politico-mafioso garantiva l’impunità. L’altro grande merito di Camilleri è di avere fatto del dialetto siciliano uno strumento di comunicazione nazionale, una lingua letteraria, togliendolo dagli angoli dei poeti dialettali, della canzone folk, degli studi antropologici ed etnici. Una strada che ha aperto il campo al teatro, alla musica, agli slogan, al cinema in cui il dialetto non è più una lingua morta o una caricatura macchiettistica alla Tiberio Murgia».

Quanto è importante nel panorama letterario siciliano ed italiano contemporaneo Santo Piazzese?
«Piazzese è uno dei primi autori che racconta una Sicilia non più paesana, quella con la piazza, il bar, il prete, il farmacista, il mafioso e così via. La Palermo dei romanzi di Piazzese è invece una città poco pittoresca, abitata dal jazz, dai grandi film americani, dalle letture europee. La Marca, il personaggio di Piazzese, è un professore raffinato e disincantato, una specie di Woody Allen in una Palermo che assomiglia a Manhattan».

Nel tuo libro individui una fase storica che segna la fase del cambiamento della Sicilia, l'anno 1992. Spieghi anche con acume che i mutamenti in realtà non avvengono da un momento all'altro. Puoi chiarire questa tua interpretazione molto significativa all'interno del libro?
«Le stragi mafiose del 1992 provocano una reazione in Sicilia e un’attenzione nazionale nel resto d’Italia. Questo libera nuove energie espressive. Dopo aver raggiunto l’acme della violenza, la società siciliana tenta di reagire ridisegnando sé stessa, non più come rassegnata o complice a Cosa Nostra, ma tentando di espellere il corpo mafioso da sé stessa. Alcuni segnali, come sempre, c’erano già stati poco prima, perché la scelta di prendere il 1992 è una scelta di comodo, utile a periodicizzare la nostra storia. Ma da allora ad oggi sono passati venticinque anni, un tempo non trascurabile nella vita dei singoli e di una collettività. Un quarto di secolo capace di far sedimentare vecchie e nuove narrazioni».

Strgae di Capagi nel 1992

Qual è la Sicilia reale che ami?
«La Sicilia che amo è anche quella che detesto. La Sicilia capace di spinte in avanti, ma che si deve fermare perché trova davanti un ponte crollato. La Sicilia che non si adagia nella rassegnazione e nel fatalismo, ma poi si piange addosso. Quella che resta o se ne va, senza che questo diventi una diserzione o un arruolamento. Amo la Sicilia di chi ascolta la stessa musica che si ascolta a Dublino, indossa una maglietta americana eppure sa che essere siciliano è un grande privilegio, sia pure faticoso».

I catanesi Uzeda, la rock band siciliana più nota in America

Il tuo rifiuto sistematico e categorico degli stereotipi, oltre che sul piano culturale, nasce anche dalle tue esperienze esistenziali? E non intendo con questo solo le esperienze intellettuali, le letture e gli studi, ma anche quelle della vita pratica. Vi è una tua predisposizione psicologica che ha rafforzato tale caratteristica della tua personalità? Ad esempio ne “La fabbrica delle stelle” quando il protagonista del tuo romanzo decostruisce con ironia graffiante i luoghi comuni sembra un tuo alter ego...
«Sono nato a Milano, da genitori di Racalmuto trasferiti al Nord. Fino a dodici anni ho creduto di essere un milanese che passava le estati in Sicilia. Poi, la mia famiglia decise di tornare a Racalmuto. Abbandonai il mio accento, presi lingua e costumi del sud, mi convinsi di essere un siciliano nato per sbaglio a Milano. Mi ponevo già allora la questione dell’identità, che spesso è fatta di stereotipi. Come milanese avrei dovuto essere freddo e distaccato, ma nello stesso tempo volitivo e lavoratore. Come siciliano avrei dovuto essere caloroso e diffidente, ma nello stesso tempo fatalista e un po’ pigro. A seconda dei miei comportamenti, mi dicevano: si vede che sei siciliano, si vede che sei milanese. In realtà, ciascuno di noi sceglie di essere quello che vuole essere. Ecco perché non credo più a questi luoghi comuni, non credo ai proverbi che dicono, allo stesso tempo, che chi fa da sé fa per tre, ma anche che chi ha tanti amici ha pochi guai. Tutto e il contrario di tutto».

Il voler smontare tutti gli stereotipi come in una sorta di dubbio iperbolico cartesiano non può portar ad una forma di scetticismo radicale? Oppure non può far nascere un nuovo metodo stereotipato? Quali contromisure applichi?
«C’è una frase usurata che parla di pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Allora ti dico che bisogna essere scettici su tutto, ma credere sempre in qualcosa».

Dalla teoria, che è comunque sempre legata alla prassi ed alla vita, passiamo ad un esempio concreto. Vi è chi recensendo il tuo libro, ha messo in guardia dalla costruzione di un nuovo stereotipo della Sicilia in positivo? Come rispondi?
«Forse è vero. Ma lo stereotipo in negativo a cosa ci ha portato? A non credere più a niente, cominciando da noi stessi. Sarò ingenuo, sarò illuso, ma la Sicilia piace, soprattutto fuori dalla Sicilia. Piace la sua gente, il suo cibo, la sua bellezza. La Sicilia è ancora disoccupazione, carenze, deficit, inefficienze. Ma se cinque milioni di persone ci vivono e continuano, in qualche modo, a volerci vivere, forse non è proprio tutto da buttare. O no?».

Chiudiamo sull'attualità. Che giudizio hai dell'attuale fase politica siciliana, partendo dall'analisi degli ultimi 4 lustri?
«Non ho scritto un libro politico né economico. Non ho allineato cifre, non ho fornito statistiche. Io parlo dell’immaginario della Sicilia, del racconto che si fa e che si è fatto della Sicilia. Sicuramente, ed è sotto gli occhi di tutti, le istituzioni regionali negli ultimi vent’anni non hanno incoraggiato una crescita armonica della Sicilia. Hanno costruito invece privilegi per sé e per le proprie clientele. Non ricordo di aver sentito un’idea complessiva della Sicilia futura, se non i soliti slogan: diventerà la Florida o la California d’Italia. Frasi che, sinceramente, fanno morire dal ridere secondo me perfino chi le pronuncia. Credo che gli amministratori dell’Isola, in gran parte, abbiano pensato anche loro che non valeva fare molto visto che la Sicilia e i siciliani non sarebbero cambiati mai. Fedeli al Gattopardo, per cui siamo dei e non possiamo migliorare, hanno pensato che fosse meglio governare l’esistente, alla meno peggio. Mi sembra che ormai siamo arrivati al punto di frattura: i soldi sono finiti e qualcosa, in bene o in male, dovrà succedere. Staremo a vedere».

Racalmuto, la statua dedicata a Leonardo Sciascia

E dell'Italia di oggi?
«La Sicilia, diceva qualcuno, è l’Italia due volte, l’Italia all’ennesima potenza. Quello che vale per la Sicilia vale anche per Roma, per il Paese intero. In questo sono d’accordo con Sciascia: la Sicilia è veramente metafora del mondo».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 31 marzo 2017
Aggiornato il 13 aprile 2017 alle 19:55





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