sabato 23 settembre 2017

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Flora Mondello e la sua azienda matriarcale: «Siamo la nostra storia»

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Quella della numero uno della Gaglio Vignaioli dal 1910 è un'avventura nel mondo del vino iniziata a Oliveri con spirito goliardico e quel tocco, tutto femminile, di non prendersi troppo sul serio. Sulle orme di nonna Nina e mamma Maria Teresa, oggi coadiuvata dall'enologa Stefania Lena, continua a tramandare con determinazione e orgoglio il valore delle sue radici


di Giusy Messina

«Ricordo che una volta, un importatore russo, dopo aver degustato il mio Mamertino, disse all'interprete che non voleva parlare con una ragazzina. Gli risposi subito che il capo ero io, e che quindi, se gli piaceva il vino, era costretto a sedersi al tavolo della trattativa con me. Accettò, e nacque una grande amicizia». E' una tempra d'acciaio quella che si nasconde dietro allo sguardo di velluto di Flora Mondello. Occhi grandi neri, fisico mediterraneo e un largo sorriso. Ha 33 anni ed è nata a Patti, ha una laurea in architettura in tasca e ben presto è diventata mamma di Giulia, che oggi è un'adolescente.

Flora Mondello con la mamma Maria Teresa

A 23 anni Flora ha deciso che il suo futuro non aveva bisogno di andarselo a cercare lontano, perché lo aveva già sotto ai piedi. Aveva capito che il suo futuro era nella sua terra: 50 ettari di terreno tra vigneti, uliveti e frutteti nell'agro di Oliveri, in provincia di Messina, dove il nonno Francesco Gaglio, veterinario con la vis da imprenditore agricolo, coltivava patate che vendeva con successo ai tedeschi, ed allevava galline per l'aviocultura. A Flora, unica nipote dell'unica figlia Maria Teresa, la nonna dedicò l'azienda con un nome da fiaba “La Flora”.
«Se nonno Francesco stava nei campi - ricorda Flora- era nonna Nina quella che assegnava i ruoli e li faceva rispettare. Negli anni, quando ho dovuto rimboccarmi le maniche e mettere a sistema la mia azienda, l'ho rivalutata».
Il matriarcato è nel dna della famiglia e continua ancora oggi in cantina, dove l'enologa Stefania Lena dà eleganza e personalità a vini che sono l'espressione autentica del territorio. All'ombra di Tindari, di fronte alle Isole Eolie, la Gaglio Vignaioli dal 1910 continua con determinazione e orgoglio a tramandare il valore delle proprie radici «perchè - sintetizza la numero uno dell'azienda - noi siamo la nostra storia».
Un'avventura nel mondo del vino, quella di Maria Teresa e di Flora, iniziata con spirito goliardico e quel tocco, tutto femminile, di non prendersi troppo sul serio. Anzi, per dirla con le parole di Vasco Rossi “ è tutto un equilibrio sopra la follia”.

Flora con la figlia Giulia e la mamma Maria Teresa

«Quando decidemmo di vendere il nostro primo vino - ricorda Flora -, caricammo alcuni cartoni nella Bmw di mia madre e partimmo alla volta della Germania dove si teneva una fiera. Il risultato ci lasciò senza parole: ritornammo a casa con zero cartoni, i soldi per lo shopping e la consapevolezza che il nostro vino era piaciuto». La strada era in salita per Flora, che decise comunque di fare impresa in un territorio difficile. Se la mancanza di infrastutture e la lentezza della burocrazia triplicano gli sforzi di chi, nonostante tutto, decide d'investire, è il contesto sociale con i suoi pregiudizi lancinanti a ferire.
«All'inizio mi guardavano con sospetto e sufficienza. "Ma cosa deve fare questa ragazzina, dicevano in paese, ancora qualche mese e mollerà" -racconta con una punta di dolore -. Ed invece sono ancora qui, a lottare, per la mia famiglia, la mia azienda, la mia terra. La mia vita». Si volta indietro, Flora, oggi donna Flora. «Io ero la bambina che correva libera per queste terre con mio nonno. Le conosco palmo a palmo. Così come conosco le vite di intere generazioni di persone che hanno lavorato e continuano lavorare qui. Purtroppo - dice scuotendo la testa- ho un pregio, che è anche il mio peggior difetto: il senso di responsabilità».

I vigneti della Gaglio Vignaioli dal 1910


E certo non è un caso se ha scelto di dare ai suoi vini i nomi delle eroine dell'antica Tyndaris. Vini che in questi anni le sono valsi riconoscimenti importanti: nel 2013 la Medaglia d'Oro dalla Maison des Artistes all'Università La Sapienza di Roma per “ aver saputo coniugare all'aspetto commerciale quello della continuità e di aver esportato nel mondo- si legge nella motivazione del premio- i valori e le immagini della propria terra” e l'anno successivo, al Vinitaly, si è aggiudicata la Gran Medaglia di Cangrande ai Benemeriti della Viticoltura.
«Ho dedicato a questa attività i miei anni migliori - continua Flora- però, anche se a volte mi viene voglia di mollare, le soddisfazioni non mancano». Il suo “Don Tindaro”, un gran cru di Nero d'Aavola in purezza, vino di punta dell'azienda, è conosciuto dall'Europa al Giappone, ma il vino che ha segnato la svolta è “Esdra”, il pluripremiato Mamertino D.O.C.. «Una produzione contenuta ma di alta qualità, perchè la prima selezione parte già dalla vigna - spiega Flora Mondello -. Solo le uve migliori vengono raccolte per produrre quei vini di cui siamo fiere. Noi siamo una piccola azienda e possiamo essere notate solo se caratterizziamo il nostro prodotto, se gli conferiamo quell'unicità che lo rende distinguibile ed irripetibile».

Flora bambina con nonno Francesco nei vigneti della Gaglio Vignaioli dal 1910

Fedele al brand, Flora ha reimpiantato nella sua azienda un vitigno autocono raro, il Nocera, tra le novità al prossimo Vinitaly. Instancabile e dinamica, Flora fa lo slalom tra gli impegni di madre e quelli di imprenditrice: si divide tra i turisti e i buyer che la vengono a trovare in azienda, dove ha anche realizzato un wine store con le specialità dei Nebrodi, e le bizze adolescenziali di Giulia, che le ha già preannunciato che da grande farà il magistrato.
«Ho sentito una fitta al cuore - ci confida Flora -. Il solo pensiero che questa nostra attività di famiglia non possa continuare, mi provoca dolore, ma poi chissà. Intanto si continua a lavorare».
Si lavora a Gaglio Vignaioli dal 1910, si lavora anche mentre si chiacchiera, e quando parliamo della nuova cantina costruita nel 2013, gli occhi di Flora si illuminano di fierezza: «E' sorta proprio su quel campo di patate che ha fatto la fortuna di mio nonno e della gente di Oliveri. Ci sono episodi che ci segnano per la vita - racconta -, ricordo che avevo tredici anni quando nonno Francesco ricevette una telefonata. Di corsa, ci precipitammo a Scala di Patti, nella casa di famiglia. Avevano tentato di bruciarla, ma non ci riuscirono. Credo fu allora che presi la decisione di rimanere qui».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 07 marzo 2017
Aggiornato il 17 marzo 2017 alle 19:35





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