sabato 27 maggio 2017

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Carlo Muratori: «In un siciliano antico e apocalittico canto la natura crudele del '600»

Musica

Esce il 27 febbraio Dies Irae, la Cantata di li rujni il cd-book edito da Le Fate dove il cantautore siracusano riprende antichi testi della fine del 1600, raccolti nel libro Catastrofi e storie di popolo del ricercatore Luigi Lombardo accluso al cofanetto, sui principali cataclismi che sconvolsero la Sicilia: «C'è lo stesso senso di smarrimento visto oggi in tv nel centro Italia»


di Gianni Nicola Caracoglia

“Quannu la gran Putenza Iddiu si smovi / e fa trimari la mala natura / se un ditu di sua manu solu movi / trema la terra, lu celu si scura”. E’ la potenza senza limiti di un Cristo arrabbiato con i peccatori quello che traspare dai versi di Lu tirrimotu anticu uno dei quattro brani che compongono il cd-book Dies Irae, la Cantata di li rujni, edito dalla casa editrice ragusana Le Fate e in uscita lunedì 27 febbraio nelle librerie, dove il cantautore siracusano Carlo Muratori mette in musica alcuni testi che il ricercatore palazzolese Luigi Lombardo ha ritrovato nelle varie tradizioni locali siciliane riferite a storici fatti nefasti che colpirono l’Isola, terremoto del 1693 e l’eruzione dell’Etna del 1669 compresi, e che ha ripreso nel volume Catastrofi e storie di popolo che sarà accluso al cd book. Unica musicista accanto a Muratori, che si è avvalso anche di modernissimi pattern musicali realizzati al computer, la moglie Maria Teresa Arturia alla fisarmonica.

Carlo Muratori, foto di Luca Migliore

Un lavoro di ricerca storica e di inedita musica popolare in cui il musicista presenta la sua re-interpretazione di due lunghe storie antiche, con in chiusura il Genti vui, rifacimento dell’ottocentesca Coroncina per le anime del Purgatorio appartenente al rito dell’Ottavario dei defunti in lingua siciliana. «Le immagini del terremoto infinito del centro Italia che da mesi vengono sparate raccontano le ferite dei luoghi, il dolore e la paura dei terremotati. Immagini di distruzione, ammassi di rovine indistinte a fare da sfondo alle facce sconvolte di quelle popolazioni. Dov’è la speranza di un futuro? Dov’è il senso di queste tragedie? - si interroga Muratori -. È in questi momenti che la nostra mente brancola nel buio, alla ricerca di un minimo perché, di un brandello di logica e di consolazione. Ho pensato anche agli eventi catastrofici che hanno sconquassato la mia Isola; dai terremoti ai maremoti, alle eruzioni dell’Etna. Quello violentissimo delle nove del mattino della domenica 11 gennaio 1693. Una strage in tutta la Sicilia orientale. Sessantamila morti, paesi rasi al suolo, elenco infinito di morte e devastazione, territorio profondamente modificato nella sua morfologia. Il terremoto più forte mai registrato sul territorio italiano e il ventitreesimo più disastroso della storia dell’umanità».

Il set di Migliore nella Chiesa del Cristo alla colonna al Parco della Forza di Ispica

Le due ballate – Lu tirrimotu anticu e L'eruzione dell’Etna – raccontano le loro storie con un siciliano che è ovviamente antico, della fine del 1600. L’utilizzo di un dialetto antico come si fa a renderlo comprensibile anche a chi usa comunemente oggi il dialetto/lingua? Quali le parole chiave di questa operazione? «Paradossalmente trovo la lingua arcaica, piuttosto che il siciliano contemporaneo, più comprensibile a chi usa la lingua italiana. Il siciliano del 1600 era ancora diretta derivazione dal latino, quindi è nel dna degli Italici. Molti termini li troviamo in Dante. Quindi il siciliano antico è più facile da sdoganare che il siciliano odierno che spesso traduce semplicemente dall’Italiano quando invece ha termini propri. La lingua è antica ma è il futuro per noi. Le parole chiave per me sono Iradidiu, e anche Casairiavulu. Per i nostri contadini, quest’ultima, era anche sinonimo di superlativo, era l’incommensurabile».

Opera di Hollis Hammonds

Il siciliano de Lu tirrimouto anticu ha un’eco iblea, di Palazzolo Acreide. «Tano Accaputo, che alla fine della ballata mette la sua firma, sarebbe stato un poeta palazzolese, come ci dice Luigi Lombardo, se non l’unico almeno uno degli autori di quel testo. L'eruzione dell’Etna proviene sicuramente dal Catanese, ma non è “firmata”. E’ un testo di livello letterario alto, sembra una tragedia greca, con la processione dei santi, il coro. Lombardo ha svolto questa ricerca, mi ha passato dei testi che io ho musicato. L’operazione con Lombardo era nata nel 1993, per il trecentesimo anniversario del terremoto del 1693, operazione che uscì ai tempi per una piccola casa editrice di Siracusa. Ventitre anni dopo, scossi dai terremoti sparsi nell’Italia centrale, abbiamo voluto rimetter mano a quell’operazione. Lombardo ha rivisto i testi, io ho completato le idee musicali già avviate nel 1993, e ho aggiunto gli altri brani, compreso il mio Incipit iniziale».

Il libro di Lombardo contiene anche la narrazione poetica di altri cuntastorie degli ultimi tre secoli, tutti incentrati sul tema dei cataclismi naturali. Il progetto editoriale sarà impreziosito dalle opere pittoriche gentilmente concesse dall’artista americana Hollis Hammonds e dalle foto del fotografo Luca Migliore scattate nella chiesa del Cristo alla Colonna al parco della Forza di Ispica.

Tutta l’operazione Dies Irae, la Cantata di li rujni è un momento di riflessione, di meditazione sulla precarietà umana e sulle catastrofi naturali. «Mi ha impressionato il linguaggio usato dai nostri cantastorie per raccontare quei momenti di inferno. È una lingua siciliana apocalittica, le parole sono roboanti, colpi di tamburo e di scure che si abbattono sulle anime degli ascoltatori. Riprendendo il pensiero di quell’epoca, anche il narratore rappresenta la catastrofe come punizione divina, vendetta di un Dio impietoso che si abbatte sui peccati dell’umanità ritenuta oramai irredimibile».

In queste ballate popolari Gesù Cristo viene visto come un vendicatore senza pietà che deve essere implorato dalla Madonna e dai santi per metter fine alla punizione delle catastrofi naturali. «Anche in “Young Pope” di Paolo Sorrentino, il giovane Papa del futuro parla di un Dio che si vendicherà. C’è quasi un ritorno di questa figura arcaica, quasi medievale, del Dio vendicatore. E’ chiaro che nel 1600 la gente si doveva dare una risposta per quanto stava avvenendo, 60 mila morti, interi paesi rasi al suolo dovevano trovare una spiegazione che per il popolo dei tempi era di natura religiosa, spirituale. La figura di Cristo che ne viene fuori è di una divinità “senza pietà” che non vuole salvare il suo popolo. Sarà necessario l’intervento della Madonna e dei Santi, come Sant’Agata per l’eruzione dell’Etna, che gli devono “ricordare” i suoi patimenti sulla croce per convincerlo a stendere “un velo pietoso”».

La prima presentazione ufficiale di “Dies Irae” sarà alla Libreria Paolino di Ragusa il 19 marzo, in chiusura del festival LibEri.

Muratori in un altro scatto di Luca Migliore

Coincide con il quarantennale dei Cilliri, la formazione di folk revival con cui Muratori ha iniziato, questo ritorno alle radici popolari per il cantautore siracusano che solo un anno e mezzo fa era uscito con il disco cantautorale “Sale”: questa volta Muratori è il cantastorie che con voce e chitarra racconta la “passione” dei popoli siciliani sconvolti dalla “crudeltà” della natura. «E’ una cosa negli ultimi 20 anni mi è successa spesso, pur senza cercarla. Ogni qualvolta esco con un nuovo progetto cantautorale di innovazione, sento subito dopo l’esigenza di tornare alle mie radici, al versante popolare. Anche questa volta è andata così e sono felice di raccontare questo aspetto inedito della cultura popolare. Sì, è vero quest’anima da cantastorie c’è, anche un po’ di aedo greco, e sto lavorando ad un progetto, da portare in scena in primavera nei teatri e in estate nei festival, con alcune collaborazioni importanti».

Per il quarantennale dei Cilliri, Muratori sta lavorando ad un evento che coinvolgerà i quattro superstiti di quella formazione, lo stesso Muratori, il percussionista Antonio Paguni, il chitarrista Pippo Quattrocchi e il flautista Michele Pupillo. «Sarà ovviamente un omaggio a chi non c’è più – conclude Muratori -, come i cantanti Enza Alì e Tano Fiorito e il violinista Benedetto Saccuzzo. Cercheremo di avere il teatro comunale di Siracusa per il 20 aprile, la giornata del quarantennale dal concerto al Trabocchetto del 20 aprile 1977, per una grande serata di omaggio a quell’epoca, per cantare brani come “Turi non parrò”, “Vitti vitti”, “Sutta n velu”, “Veni ventu”, e ricordare tutto quel che successe con quel gruppo».



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 24 febbraio 2017
Aggiornato il 27 marzo 2017 alle 16:18





Gianni Nicola Caracoglia

Giornalista, amante della musica, rock soprattutto, e amante delle cose buone. Che di questi tempi sono veramente poche...


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