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La casa delle parole

Carlo Guarrera diventa Poe e fa rivivere Virginia

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Cosa avrebbe mai detto la giovane compagna Virginia del mondo onirico e orrorifico di Edgar Allan Poe? E’ questa l’idea che Carlo Guarrera ha messo in scena a Catania per far rivivere gli spettri e le angosce dello scrittorte attraverso il diario della sua donna-bambina. Chiara Bentivegna ne è la voce e l’io femminile che illumina il buio perenne del demone creativo


di Domenico Trischitta

Cosa avrebbe mai detto la giovane compagna Virginia del mondo onirico e orrorifico di Edgar Allan Poe? E’ questa l’idea di Carlo Guarrera per far rivivere gli spettri e le angosce dell’autore de “The Raven”, attraverso il diario della sua donna-bambina che sogna di sognare, in bilico tra una realtà che si sdoppia nel sofferto flusso di coscienza. Chiara Bentivegna ne è la voce, l’io femminile che illumina il buio perenne del demone creativo, e quando lei non ci sarà più continuerà a vivere nelle ossessioni dello scrittore, assieme alle figure della madre Elisabeth, la zia Muddy, e dei personaggi delle sue pagine, Morella, Berenice, Ligeia e Wiliam Wilson. Guarrera accompagna o introduce le letture con musiche e suoni gotici influenzati da atmosfere progressive, quasi un contrappunto che segna il crescere dello sconforto, la divisione dei due mondi paralleli che non potranno mai incontrarsi, quello reale e quello creato dall’ispirazione letteraria. Che ne sarà di Virginia, di Edgar? Rimangono le parole recitate della Bentivegna e quelle scritte da Carlo Guarrera, per un altro Poe, forse lo stesso Poe. Ma questo poco importa, perché Poe c’è e c’è anche Virginia.

"Diario di Virginia Poe", da un’idea di Carlo Guarrera, voce narrante Chiara Bentivegna, è andato in scena al Palazzo della Cultura di Catania.

Carlo Guarrera

Chiara Bentivegna, foto di Gianluigi Primaverile


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 21 marzo 2017




Domenico Trischitta

Sono stato concepito in un quartiere “fantasma” del centro storico di Catania, colpito a morte dallo sventramento. Nato nel 1960 e poi deportato in un agglomerato popolare della periferia, San Berillo nuovo, ci ho trascorso trent’anni della mia vita, prima a costruire capanne nella sciara, poi giocando a pallone con la maglia dell’Inter, e alla fine ascoltando hard rock assieme ad altri scunchiuruti. Lì mi sono formato.

Da questa dura memoria ancestrale ho tratto ispirazione per iniziare la mia carriera di dispensatore di emozioni. Scrivendo. Chi è il dispensatore di emozioni? Colui che vede un film di Truffaut e lo promuove, colui che ascolta un disco di Bowie e lo fa comprare, colui che si sofferma a guardare un mare in tempesta o calmo come un lago, o anche chi prova un’emozione e deve raccontarla.

Ah dimenticavo, amo profondamente la musica di Lucio Battisti. Anche quella vi consiglio. Le mie anime social sono su Facebook e Twitter


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